«Sì, forse ha ragione Enrico Rava, quando dice che noi siciliani abbiamo il jazz nel dna. Più probabilmente c’è una tradizione che qui a Palermo risale al Dopoguerra. Sta di fatto che in questa terra esiste una grande passione per questo genere di musica». Dall’alto della sua cattedra al Conservatorio “Scarlatti” di Palermo, Paolo Sorge scruta gli orizzonti del jazz siciliano alla vigilia della pubblicazione del suo nuovo album Mirroring.

Chitarrista jazz molto apprezzato in Italia e anche all’estero, Sorge ha trasformato il suo corso in una sorta di classe di eccellenza, strapiena di iscritti, «quest’anno sono ben 28 gli allievi», sottolinea con una punta di orgoglio, e diventata fucina di talenti, ultimo dei quali Matteo Mancuso, assurto a star internazionale. «Nel giro di pochi anni, da quando nel 2008 il jazz divenne corso di studio, le cattedre a Palermo sono lievitate e oggi sono 14», aggiunge fiero.

Sono i frutti di un lavoro cominciato da pioniere nel 1996 e che ha spesso talmente assorbito Sorge da distrarlo dalla sua attività di composizione, materia nella quale si è diplomato all’Accademia nazionale di Santa Cecilia a Roma, studente dei discepoli di quel Goffredo Petrassi, dalla cui scuola uscì Ennio Morricone.

«Confesso di essere disilluso: oggi si va nel senso opposto, piuttosto che l’incontro, le relazioni personali, i “live”, prevale il paradigma visivo.
È un mondo che non capisco più»

Se Roma ha avuto un ruolo importante nella sua formazione e se Palermo è diventata la sua città adottiva, Paolo Sorge non ha mai tagliato il cordone ombelicale che lo lega a Catania, dove è nato 54 anni fa. «Anche perché Catania è una città più aperta», spiega. «A Palermo, come a Roma e Napoli, tutto avviene all’interno della città, all’ombra dell’Etna invece i confini non sono così delimitati. Ci sono musicisti palermitani mai usciti dalla città, che non si sono mai confrontati con altre realtà. E così anche a Roma e Napoli. Forse perché la possibilità di suonare offerta da queste città è più ampia. Questi sono musicisti di maniera, di genere, eccezionali per carità, ma limitati al loro mondo».

Paolo Sorge, rispecchiando lo spirito giramondo del catanese, intende invece la musica come un linguaggio che ha bisogno di luoghi adatti alla comunicazione, all’ascolto e alle relazioni personali. «I miei “imprinting” fondamentali sono stati Joe Pass e John Scofield. Non solo per averli ascoltati sui dischi o nei concerti, ma per aver avuto la fortuna di suonarci assieme», ricorda. «Con Joe Pass capitò al termine di una masterclass, con Scofield ho invece condiviso tre giorni grazie alla complicità di Marcello Leanza che organizzò un seminario approfittando di una lunga pausa siciliana del tour del chitarrista dell’Ohio ospite di Catania Jazz. Al termine di uno di questi incontri, mi infilai nella macchina di Leanza e mi presentai a Scofield, il quale si mise a suonare e mi diede una serie di dritte straordinarie. Mi fece ascoltare un celebre assolo di John Coltrane nell’album Live at the Village Vanguard e cominciò a eseguirlo all’unisono alla chitarra. “L’ho imparato a memoria una sera bloccato in auto da una tempesta di neve”, mi rivelò. Artisti come questi incoraggiano i giovani talenti: una loro lezione vale molto di più di vedere un video su YouTube».

E già, la lingua batte dove il dente duole e la frecciata contro la piattaforma video denuncia il disagio con cui un artista che ha speso una vita intera per la musica, cercando di dire qualcosa di personale in libertà e andando oltre i modelli precostituiti, vive la deriva che la musica jazz sta imboccando. «Confesso di essere disilluso: oggi si va nel senso opposto, piuttosto che l’incontro, le relazioni personali, i “live”, prevale il paradigma visivo. La musica, che è l’arte dei suoni, è sottofondo, accompagnamento di qualcos’altro. È un mondo che non capisco più».

«La metafora dello specchio vuole essere un riferimento alla consuetudine diffusa tra gli ascoltatori di musica contemporanei di riflettere nel video o nelle immagini le suggestioni sonore provenienti dalla musica»

Una nuova prospettiva alla quale, tuttavia, Sorge, come molti suoi colleghi, sta cercando di adattarsi. Il nuovo album è stato preceduto dalla pubblicazione di tre singoli e sarà affiancato da clip su Instagram, nella speranza di entrare nelle playlist che contano. «Ho dato le chiavi di casa a mio nipote che gestisce a Torino una etichetta discografica, la Blue Mama Records», sorride. «Grazie a lui mi confronto con questi nuovi linguaggi».

Mirroring, il titolo dell’album, indica proprio questo: «La metafora dello specchio vuole essere un riferimento alla consuetudine diffusa tra gli ascoltatori di musica contemporanei di riflettere nel video o nelle immagini le suggestioni sonore provenienti dalla musica». Lo specchio diventa anche gioco, spunto per utilizzare tecniche compositive di scrittura “a specchio” o inventare per i brani titoli palindromi come Avida Diva o Aci, su mare era musica. E anche la musica si trasforma in un divertissement, attraverso cui il mainstream, il be-bop, lo swing, trovano uno svolgimento molto comunicativo, coinvolgente, cool. Contemporary jazz, per usare un termine in voga, elegante e mai banale o narcisista.

Un disco nato durante i due anni di lockdown sull’asse Sicilia-Catalogna «suonando con musicisti più giovani di me». Fra questi Giuseppe Campisi, contrabbassista e compositore jazz catanese che vive da qualche tempo a Barcellona, dove si è inserito molto bene nell’ambiente musicale con collaborazioni importanti. «Giuseppe mi aveva coinvolto in un suo progetto», racconta Sorge. «In cambio ho “arruolato” per il mio album lui ed i suoi amici: Lluìs Naval è uno dei batteristi più versatili con cui abbia mai suonato. Ha il dono della chiarezza quando suona e poi, forse perché ha esperienze musicali precedenti come pianista, ha la capacità di mantenere sempre molto lucida la consapevolezza delle forme compositive che suoniamo. E poi Santi De La Rubia che nel suo Paese è uno dei tenoristi di riferimento nella scena contemporary jazz. Così la vera novità per me è trovarmi con un quartetto siculo-catalano e aver registrato e suonato a Barcellona, dove è avvenuto il debutto “live” di Mirroring».

In Sicilia avverrà il 23 luglio al Jazz Festival di Zafferana Etnea, per essere poi il giorno successivo al Palermo Jazz Summer Festival, il 25 sempre a Palermo ma al Conservatorio “Scarlatti”, ed il 26 al Sikania Garden Village di Randazzo. In novembre è previsto il ritorno per tre serate al Monk di Catania. «Mirroring vuole essere anche un invito a tornare ai luoghi destinati alla condivisione della musica, un trionfo della vita e della socialità in contrapposizione al periodo di isolamento appena vissuto».

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