Pupi Avati: «Occorre il talento per ottenere quello che si sogna»

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Il regista bolognese, ospite al Militello Independent Film Fest 2019, ha raccontato alla numerosa platea presente i suoi surreali inizi al cinema, la passione per il jazz, l’incontro con l’amata Nicola… e un aneddoto inedito che riguarda Lucio Dalla

«Cominciamo dall’inizio. Io ho ottant’anni, sono nato il 3 novembre del 1938». All’applauso del pubblico Pupi Avati – ospite al “Militello Independent Film Fest”- risponde con la classica ironia che lo contraddistingue: «A questo punto voi dovreste dire con stupore, ma no, non li dimostri!». Una carriera lunga cinquantadue anni ricca di successi dove va annoverata anche la sua ultima fatica, “Il signor Diavolo”, film che prende le mosse dal suo secondo e omonimo romanzo e con cui torna al genere che gli è più conforme, l’horror. «Parlare del diavolo nella nostra società dove tutti si autoassolvono, nessuno si confessa più e ognuno ha una morale prêt-à-porter poteva risultare anacronistico. Volevo raccontare tuttavia il ruolo che i preti avevano avuto un tempo, quando fungevano da intermediari fra la terra e il cielo e venivano visti come depositari di mistero». La suspense che ricrea nelle sue opere è la stessa che l’ha pervaso durante l’infanzia: «La seconda guerra mondiale con i suoi orrori – sottolinea –  ci costrinse a sfollare in campagna ed è stata la mia salvezza, perché proprio alla base della cultura contadina si posizionavano la religione preconciliare e le favole rurali, entrambe molto spaventevoli. Ricordo che una volta, al cimitero di San Leo, furono riesumate alcune salme; si scoprì allora che lo scheletro di un vecchio parroco aveva il bacino di una donna. E cosa può fare più paura di un prete donna, con la sua vocina stridula? Il terrore che scaturì in noi bambini fu tale che usai questo episodio ne La casa dalle finestre che ridono».

ALL THAT JAZZ. Un legame, quello con il cinema, iniziato dopo aver abbandonato la sua passione più grande: «Oltre a bere qualche bicchierino per mascherare la mia timidezza, cosa che mi valse il soprannome di Peppino Camparino, non essendo né ricco, né bello e neppure sportivo l’unico strumento che avevo per suscitare l’interesse delle ragazze era il jazz. Fu così che entrai a far parte, come clarinettista, della Doctor Dixie Jazz Band. Un’orchestra vera, composta da ginecologi con i quali suonai in giro per l’Europa». Tutto procedeva per il meglio finché un giorno il capo lo invitò ad ascoltare un giovane: «Faceva schifo, gli diedi anche qualche dritta e alla fine lo chiamammo per il tour. A Francoforte però senza aver concordato nulla con nessuno questo ragazzo, Lucio, fece un assolo che mise in risalto un’inventiva e un talento unico. Fu la sera più brutta della mia vita. Suonava con una facilità incredibile, non aveva studiato quasi niente, aveva uno strumento che costava un decimo del mio e al contrario di me non ascoltava dischi. La cosa mi creò molta invidia». Come nei thriller più inquietanti giunti a Barcellona lo portò in cima alla Sagrada Familia, lo fece affacciare alla balaustra e per un istante il pensiero di spingerlo giù lo attraversò. La vita di Dalla fu salva ma Pupi Avati decise che non avrebbe più suonato. «Pensavo fosse sufficiente – spiega – la volontà, la caparbietà per ottenere quello che sognavo. Non era così, occorreva il talento. Io amavo la musica ma lei non mi ricambiava e il risveglio fu doloroso».

LA RAGAZZA PIU BELLA DEL MONDO. «Fra cinque minuti sarà il 19 febbraio. Oggi né mia madre né i miei fratelli mi hanno fatto gli auguri, né i miei amici al bar Margherita mi hanno offerto un aperitivo. Il mio compleanno sta per finire e non ho avuto neppure un bacio. Lei ci pensa, valuta le insidie e decide. Io compio gli anni il 3 novembre ma ero riuscito a farmi baciare dalla ragazza più bella del mondo». Con questo copione degno di un film d’amore, Avati racconta come riuscì a conquistare Nicola, che porterà all’altare otto mesi più tardi e con la quale sta insieme da cinquantacinque anni. Sebbene sia insoddisfatto e senta il fuoco dell’arte bruciargli dentro per “garantire alla moglie e ai due figli una vita dignitosa” diventa venditore di prodotti Findus.

8 ½. «Un giorno non trovando l’esercente a cui dovevo vendere una partita di prodotti, nell’attesa andai al cinema. Entrai e solo dopo mi accorsi che quel film che avevo trovato già iniziato parlava di cinema e raccontava il mestiere del regista». Entusiasta decise, insieme agli amici, di dedicarsi a questo nuovo sogno. Scrivono la sceneggiatura di Balsamus, l’uomo di Satana e mandano il copione a molti produttori: «Non ci rispose mai nessuno, solo Ennio Flaiano, che nella sua lettera diceva “non scrivetemi più”». La svolta arriverà poco dopo con Ariano Nanetti, un freak che li mette in contatto con Mister X, benefattore che concede ad Avati i 160 milioni di lire necessari a girare il suo primo film. «Sapevo che il regista avrebbe dovuto dire “Motore” e che al “Ciak” dell’assistente avrebbe dovuto rispondere “Azione”, ma la mattina in cui stavo per girare quello che consideravo il mio capolavoro, nel silenzio del set esordii dicendo “Ciak!” e mentre pronunciavo quelle parole le ginocchia mi cedettero. In quel momento ho dimostrato tutta la mia inadeguatezza». Il film fu un insuccesso ma Pupi Avati con caparbietà decise di non mollare: «Tornai da Mister X e gli chiesi senza vergogna altri 110 milioni di lire per girare Thomas e gli indemoniati. Nessuno al mondo me li avrebbe mai dati, lui sì». Questa sarebbe stata la volta giusta, aveva anche trovato una coprotagonista che somigliava a Grace Kelly. «La mattina seguente si presentò una ragazza mora con i capelli ricci, più simile a Irene Papas la quale mi disse “la mia amica non è potuta venire e ha mandato me”». A quelle parole andò su tutte le furie, la mando via e tornò al lavoro, sennonché a fine giornata, vedendola ancora seduta al bar le disse: «Mi commuove vederti qui al freddo. Mi rovinerai il film ma ti prendo. Quando il giorno dopo la sentii recitare rimasi folgorato, era vera e aveva la capacità di rendere bellissime le cose che avevo scritto. La troupe applaudì, io ero commosso. Mi avvicinai, le feci i complimenti e alla domanda “Come ti chiami?” rispose “Mariangela Melato”».

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