«La vera essenza dell’umano è custodita da chi aiuta il prossimo senza lasciare indietro nessuno». La riflessione, carica di vissuto personale, della nostra collega Paola

Mi è capitato in questi giorni di accostarmi ad un brano tratto dal diario di Etty Hillesum. Reca la data 22 ottobre 1941 e con tali parole (in traduzione di Lorenzo Golli) si esprime: «A ognuno dei miei banali respiri, le persone muoiono a migliaia, si sterminano l’una con l’altra. E tuttavia non si può dire: qual è adesso il valore di una vita umana? Il valore è proprio nulla. Se davvero diventerà una visione del mondo diffusa, che la vita non vale nulla, mentre muoiono a migliaia in ogni istante, solo allora l’annientamento sarà compiuto». Scriveva tali parole Etty Hillesum un anno prima di morire ad Auschwitz, e ci ricorda in semplici parole un messaggio fulminante: non bisogna mai smettere di chiedersi la domanda fondamentale, ovvero: “qual è adesso il valore di una vita umana?”.

Questa domanda mi risuona fresca e limpida all’orecchio, accecante e trafittiva in questi giorni di rinnovata guerra in cui siamo stati catapultati contro un male invisibile e non meno dannoso. Siamo nel bel mezzo di un’emergenza sanitaria, tutto non fa altro che ricordarci, ed a me viene in mente, proprio con riferimento all’emergenza, un ricordo che ha accompagnato sempre con una certa angoscia la mia infanzia. Riguarda le simulazioni di evacuazione che almeno una volta l’anno facevano fare a noi tutti a scuola e alle istruzioni preziose che ci fornivano: lo stare sotto i banchi o vicino pilastri in caso di terremoto, il rimanere calmi e uscire ordinati in fila tenendoci per mano: tutto molto utile. Eppure ogni volta mi veniva ribadito che le persone disabili in caso di evacuazione d’emergenza devono uscire per ultime perché potrebbero intralciare l’uscita ai normodotati. Sono cresciuta, siamo cresciuti con questa consapevolezza: che in una condizione d’emergenza occorre distinguere tra vite a cui dare priorità di salvezza e vite a cui dare soccorso per ultime. È un criterio assolutamente comprensibile, eppure radicalmente atroce, darwinista, che ci proietta senza mezzi termini all’interno delle legge della giungla onnipresente in noi, sebbene la civiltà tenti di celarla.

In questo indefinito tempo, chi è definito “soggetto fragile” sta vivendo con molto più vigore del solito l’abbandono

Oggi che stiamo vivendo questo stato d’emergenza sanitaria mi pare di vivere la stessa condizione depurata da ipocrisia, quella di un’evacuazione: distinguere tra vite a cui dare priorità di salvezza e vite a cui dare soccorso per ultime o non darne proprio. Ma c’è una variante rispetto all’istante che si può vivere in una situazione d’emergenza come quella richiedente un’evacuazione: qui siamo catapultati in un tempo indefinito di emergenza in cui però la vita con tutti i suoi processi necessari deve in qualche modo continuare. In questo indefinito tempo, quelle persone invece comunemente definite “soggetti fragili” – per condizioni di disagio sociale, perché vessati da malattie più o meno croniche o disabilità – stanno vivendo con molto più vigore del solito l’abbandono, il rifiuto e il disinteresse da parte della società. Ciò si manifesta sia nella sospensione dei servizi di assistenza, ma anche fisioterapia, nella scarsezza di alcuni farmaci fondamentali per la vita (con casi reali giunti alle stampe di farmaci salvavita persino introvabili), nell’arresto di trattamenti specifici considerati non strettamente necessari, fino ad arrivare ad assenze di soccorso e ricovero per soggetti anziani con improvvisi gravi malesseri con la motivazione della necessità di mantenere liberi i posti soprattutto nelle rianimazioni: tutte manovre al momento necessarie. Eppure tutto ciò espone a forme del dire globale che esplicitano a chiare lettere: «la tua vita ha meno valore della mia». Può essere comprensibile, all’interno di una emergenza, l’essere costretti a fare una scelta su chi salvare, ma c’è qualcuno che riflette mai sul peso gravissimo che tale scelta comporta? Come facciamo ad esser certi che abbiamo scelto correttamente chi salvare? È davvero giusto seguire il naturale criterio del “chi ha più alta probabilità di sopravvivenza”? E ritornando ad Etty Hillesum, in questo margine ormai lungo di pensiero e vita in emergenza sanitaria cosa si è ridotta la vita umana? Era evitabile tutto ciò? Sono domande che invece non ci poniamo adesso perché non ce le poniamo mai, ma rimaniamo sempre come anestetizzati di fronte all’implicito accordo universale che esistano vite di serie A e vite di serie B, così come ogni giorno vediamo mendicanti che affollano le strade, senza tetto o malati che necessitano servizi e a tutti si risponde sempre che non ci sono soldi, mentre i soldi pubblici si gettano per milioni di stupidaggini al giorno.

Io voglio invece ricordare i tanti che anche oggi sorreggono il bagliore di una luce in apparenza in prossimità di spegnersi

Allora che questa tragedia della pandemia porti una cosa buona, almeno, una riflessione che valga in tempo straordinario e ordinario: nell’esatto momento in cui si pone una scelta tra vite da sostenere e vite da non sostenere, abbiate consapevolezza che stiamo affermando che esiste una vita di serie A e una di serie B e che l’umanità nel 2020, spogliata dall’ipocrisia, è ancora rintracciabile in questa dicotomia. Io voglio invece ricordare i tanti uomini che hanno sorretto o sorreggono anche in tempo di crisi il flebilissimo bagliore di una luce in apparenza in prossimità di spegnersi, i tanti uomini che donano se stessi a ciò che è comunemente considerato il senza speranza dell’umanità: a chi ha creduto in un respiro apparentemente perduto, in un battito cardiaco, in una vita ai margini di una strada o in povertà assoluta, vorrei dire che facendo questo ricordate a tutti che siamo tutti persone e come tali siamo fragili, esposti alla precarietà della vita e di una sorte mutevole come il vento, ma nonostante ciò sempre saremo vite con grandi potenzialità, perché nulla è mai scontato. Vorrei che sapessero che anche se avessero contribuito a dare un solo istante in più alla fiammella di un essere umano destinato alla fine, è come se in quell’istante avessero dato un’intera nuova vita all’umano.

Pensando questo ripenso alla domanda della Hillesum «Cos’è l’umano?» e mi rispondo che l’umano può essere rintracciato solo nell’uomo che aiuta l’altro uomo senza lasciare indietro nessuno. E questo messaggio così fondamentale non deve essere perduto né in condizioni di normalità, né di emergenza, altrimenti l’annientamento sarà compiuto all’interno di un campo di concentramento come di una pandemia.

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