Cos’hanno in comune la favola e l’epica? Le vite avventurose e romanzate di personaggi iconici e le accese rivalità tra intrepidi condottieri? Un fascino immutato nel tempo. E una morale preziosa da agguantare. Eroi e cavalieri senza macchia, amicizie salde e sincere messe alla prova degli eventi, egoismi e tradimenti da smascherare e condannare: chi, almeno una volta, non ha provato un forte senso di empatia verso queste dinamiche così universali da rappresentare il modello originario per le letterature di tutto il mondo? Una sorta di immortalità caratterizza questi personaggi, divenuti riconoscibili presso ogni generazione, dalla più anziana alla più recente: le loro gesta occupano tutt’oggi monumentali raccolte scritte, animano le melodie commosse dei cantastorie, volteggiano acrobatiche nei ricordi d’infanzia dei nostri nonni e tappezzano, immortalate da una pennellata o riprodotte sapientemente con le fattezze di un pupo, pareti e teatrini. In Sicilia, uno di questi eroi ci è particolarmente caro. È Orlando, il paladino per eccellenza, il luogotenente del Re Carlo Magno. In questi torridi giorni ferragostani ricorre la data di un avvenimento che ha plasmato l’idea occidentale di eroe, tracciando per di più un solco profondo nella storia culturale dell’isola.

Era il 15 agosto 778: in una minuscola località pirenaica spagnola, al confine con la Francia, andava in scena uno dei più cruenti scontri tra cristiani e saraceni. Quel confronto sarebbe poi passato alla storia – e alla leggenda – come la Battaglia di Roncisvalle. La sua esemplarietà non risiede tanto nella secolare e presunta contrapposizione tra fedeli e infedeli, tra ragioni dei giusti e meschinità degli oppositori, ma soprattutto nel suo esito. Sopresi alle spalle da un’imboscata araba, e traditi dal paladino Gano – cognato del Re e patrigno dello stesso Orlando – i cristiani andarono incontro ad una terribile sconfitta. Lo stesso Orlando, dopo aver strenuamente cercato di resistere, cadde sul campo di battaglia. Fu in quella fine, tuttavia, che il futuro trovò il suo principio. Carlo Magno e i suoi soldati, feriti dalla perdita del prode combattente, tornarono alla riscossa e sbaragliarono gli avversari. Orlando, assurto a paradigma di colui che preferisce sacrificarsi piuttosto che fuggire vilemente, divenne un monumento, un perenne monito. La scintilla che, insieme alle rielaborazioni rinascimentali di Boiardo e Ariosto, diede il via all’Opera dei Pupi, oggi riconosciuta persino dall’Unesco. Le sue impareggiabili virtù, il suo amore illuso e distruttivo nei confronti della seducente e ondivaga Angelica, la rivalità con il cugino Rinaldo, il suo solitario e disperato peregrinare, il suo inossidabile senso del dovere lo avvicinano a noi come pochi altri personaggi letterari. L’eco delle sue gesta si riverbera ugualmente tanto sulla grande produzione letteraria (Camilleri ammise più volte di nutrire una grande passione per il mondo cavalleresco, tanto da intitolare una delle sue più celebri opere Il sorriso di Angelica) quanto sulla comune coscienza collettiva. I bambini ne ripercorrono ingenuamente le orme sui libri e a teatro. I grandi ne custodiscono gelosamente il ricordo. Convinti che quella storia abbia ancora qualcosa da comunicare.

La morte di Orlando. Miniatura di Jean Fouquet

Non importa, infatti, che la Battaglia di Roncisvalle sia stata meno rilevante e grandiosa di quanto gli abili ricami degli artisti che l’hanno tramandata vogliano farci credere. Non è importante stabilire se e come quei personaggi abbiano realmente agito. Abbiamo forse mai contestato il racconto della guerra di Troia perché non aderente a quello che racconta la storia? Ci siamo mai approcciati con fastidio ad un fumetto o ad un prodotto cinematografico sapendo di entrare in contatto con un mondo di pura finzione? La vicenda di Orlando, filtrata dalla tradizione popolare, è ormai parte del nostro DNA isolano. Ci mette in contatto con una parte di noi che non ha disimparato a sognare, che apprezza il senso di responsabilità e l’amore per il bene. Ripercorrendo quelle storie sentiamo che la nostra vita non ha limiti nel valore che può assumere. L’eroismo non è per forza compiere imprese fuori dal comune. Ma imparare a fare la cosa giusta, anche quando dovesse costarci. A coltivare, un po’ come accadeva nella Grecia dei rapsodi (i mitici cantastorie dell’antichità), valori collettivi inalienabili. Altro che semplici pupi.

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