Raccontare il bene: la comunicazione di prossimità come antidoto alla cronaca spettacolo
Un nuovo sguardo sulla realtà, che torni ad interrogarsi su cosa significhi raccontare l’uomo all’uomo: da questo punto cruciale si è mosso uno dei panel del programma de “Il giornalismo che verrà – Festival dell’informazione mediterranea”, a cui hanno preso parte Giovanni Parapini, direttore di Rai Umbria, Giuseppe Di Fazio, responsabile Avvenire Catania, e Ornella Sgroi, giornalista del Corriere della Sera
«La cronaca nera fa audience. Ma a quale prezzo?» La domanda attraversa il giornalismo contemporaneo come una linea di frattura: da una parte la necessità di raccontare tutto, dall’altra il rischio di trasformare il male in spettacolo quotidiano. «La cattiveria non ha più confini», osserva Giovanni Parapini, direttore Rai Umbria, «e a volte non trovi le parole per spiegarla a tuo figlio». E allora il quesito non è più se raccontare ma come farlo senza tradire la realtà e senza alimentarne le derive.
È questo il punto di partenza nel confronto “Raccontare il bene. Il ruolo dell’informazione di prossimità” tenutosi nell’ambito dell’ottava edizione di “Il giornalismo che verrà – Festival dell’informazione mediterranea”, promosso dalla Fondazione Giornalismo Mediterraneo ETS insieme alla Scuola Superiore dell’Università di Catania. Il panel, guidato dalla giornalista del Corriere della Sera Ornella Sgroi, ha coinvolto le voci di Parapini e Giuseppe Di Fazio, responsabile Avvenire Catania, ed è partito da un assunto innegabile: l’informazione sta affrontando un’emergenza, segnata da un abuso della cronaca nera e dalla spettacolarizzazione del racconto.
IL CORTOCIRCUITO DELLA CRONACA NERA. Non è solo una questione di contenuti, ma di domanda e offerta. Se certe storie dominano i palinsesti è perché «ci sono tanti casi di cronaca nera e, purtroppo, fanno audience». Parapini non si nasconde: il pubblico le segue e l’industria risponde. Ma questa è solo metà della verità; l’altra riguarda tutti noi: cambiare canale o spegnere la TV è una scelta individuale e reclamarne il diritto significa difendere la propria libertà. «Se siamo autonomi e indipendenti nel pensiero, ci proteggiamo» argomenta il giornalista, enfatizzando come questo, nell’odierno ecosistema, diventi un atto quasi rivoluzionario.
Eppure il problema è più profondo. «Viviamo», dice Parapini, «in una società segnata da disuguaglianze crescenti, dove il disagio alimenta rabbia e bisogno di rivalsa. In questo contesto, il giornalismo non può limitarsi a registrare il male: deve interrogarsi su quale società vuole contribuire a costruire».
«Ci sono realtà sotto gli occhi di tutti – dispersione scolastica, carenza di servizi – che restano invisibili perché nessuno insiste abbastanza nel raccontarle. Il giornalismo locale deve essere ostinato, persino scomodo. Deve punzecchiare»
Giuseppe Di Fazio, responsabile Avvenire Catania
RACCONTARE SENZA EDULCORARE. Qui si inserisce la provocazione di Di Fazio: non basta cambiare canale per trovare “buone notizie”. «Il punto non è sostituire il male con il bene, ma cambiare sguardo». Per chiarire il concetto, si riallaccia al recente caso di cronaca che ha coinvolto la città di Modena: un 31enne si è schiantato con l’auto sulla folla, a tutta velocità, seminando il panico e ferendo diverse persone. Sul caso, le testate si sono divise in due filoni. «C’è chi ha sottolineato l’origine straniera del colpevole, alimentando paura e divisione, e chi, invece, ha messo in luce chi ha fermato il crimine, restituendo fiducia». È la stessa notizia, raccontata da due prospettive diverse. Un ragionamento che può diventare universale: «Catania, festa di Sant’Agata del 2024. Un gruppo di egiziani – minori non accompagnati – stupra una tredicenne. Si potrebbe semplicemente inveire contro i colpevoli, oppure provare ad avere un’altra visione: tre minori, migranti non accompagnati, non possono essere rimandati a casa. In Sicilia, ci sono 6.000 persone nella stessa situazione. Come li trattiamo? Diamo loro vitto e alloggio, ma cosa succederebbe se, invece, ce ne occupassimo, fornendo loro anche supporto sociale ed educazione?»

Raccontare il bene significa fare un passo indietro rispetto all’istinto di condanna immediata e porsi domande più scomode. Non giustificare, ma comprendere; non assolvere, ma contestualizzare. C’è un’immagine potente evocata da Di Fazio: quella del lenzuolo bianco. È la distanza necessaria per rispettare la tragedia e raccontarla senza trasformarla in spettacolo. Quando il giornalista si lascia ferire da ciò che racconta, cambia il modo di guardare. Entra in gioco una dimensione più umana, meno predatoria, ed è qui che nasce un’informazione capace di generare empatia invece che odio.
PROSSIMITÀ: LA FRONTIERA DIMENTICATA. Se esiste un antidoto concreto alla spettacolarizzazione del male, questo passa dal territorio. La comunicazione di prossimità – quella che indaga sotto casa, che conosce i volti e le storie – è indicato da Parapini e Di Fazio come unica via possibile. Parapini richiama il progetto lanciato da Rai “Ripartiamo dai territori”, premiato anche in ambito accademico: un tentativo di restituire senso di comunità e appartenenza, portando il «buon senso della provincia» dentro il racconto nazionale. Di Fazio rilancia con durezza, confessando quanto spesso sia difficile fare comprendere, ai colleghi in primis, alcuni contesti: «Ci sono realtà sotto gli occhi di tutti – dispersione scolastica, carenza di servizi – che restano invisibili perché nessuno insiste abbastanza nel raccontarle. Il giornalismo locale deve essere ostinato, persino scomodo. Deve punzecchiare».
A volte è proprio il bene ciò che rompe il silenzio. Vicende ignorate diventano improvvisamente centrali quando trovano una narrazione capace di attraversare i confini. Accade con iniziative sconosciute che emergono grazie a figure pubbliche, o con tragedie locali che conquistano attenzione nazionale grazie a chi ha deciso di non smettere di raccontarle. Il punto è chiaro: le buone notizie non sono un genere minore, ma notizie a tutti gli effetti. Richiedono lo stesso rigore, lo stesso sguardo critico e la stessa capacità di verifica.
Alla fine, la domanda è inevitabile: da che parte sta il giornalismo?
In un sistema in cui molti editori rispondono a logiche economiche o politiche, l’indipendenza diventa una conquista personale prima ancora che professionale. Scegliere i propri maestri, coltivare il dubbio, uscire dalle redazioni per incontrare la realtà: sono atti semplici, ma radicali. «Non è un caso che Papa Francesco abbia parlato di “informazione armata”, invitando a disarmare la comunicazione. Significa rinunciare alla violenza delle parole, alla semplificazione che divide e alla narrazione che alimenta paura» ricorda Di Fazio. Significa, in fondo, tornare all’essenza del mestiere, raccontare l’uomo all’uomo. «Il giornalismo di prossimità ha l’enorme potere di fare emergere le notizie e accendere i riflettori su dinamiche che, altrimenti, resterebbero sconosciute» conclude Sgroi. «Cambia la prospettiva su un territorio, sgretola luoghi comuni e stereotipi. E ha la stessa importanza di quello delle grandi città».
(In copertina: Ph. Artak Petrosyan | Unsplash)
Hai apprezzato questo contenuto?
Il Sicilian Post è gratuito e continuerà a esserlo.
Ma il giornalismo indipendente ha un costo: ogni inchiesta, ogni storia verificata, ogni articolo nasce dal lavoro di persone che scegliamo di retribuire in modo equo.
Se sei arrivato fin qui, forse questo lavoro per te ha valore.
Per continuare a offrirlo a tutti abbiamo bisogno anche del tuo supporto.
Abbonarti significa sostenere un’idea di informazione libera e responsabile.
Come segno di ringraziamento, agli abbonati riserviamo alcuni contenuti e iniziative editoriali.




