Ci vuole un muro perché l’istinto desideri abbatterlo, l’aridità perché l’ispirazione esploda in tutta la sua forza. Da Recanati a Comiso, dal colle al sanatorio, il nostro scrittore, come il suo celebre predecessore, ha saputo trasformare solitudine e marginalità in parole ed immagini traboccanti di grandezza

Senza soffocamento non esiste esplosione vitale. Senza confinamento spaziale ed interiore non può esserci immaginazione, fantasia. Paradossi insolubili e insostenibili, apparentemente. Eppure, nel dipanarsi del processo artistico, più frequenti di quanto possa sembrare. Non è forse vero che l’ispirazione, quella più autentica ed incisiva, si avvinghia all’intimità più nascosta di ogni uomo? E dove mai questa potrebbe trovare terreno fertile se non nei luoghi che ci hanno dato i natali? Una dinamica umanissima, di cui noi siciliani siamo eloquenti interpreti: distanti, dispersi, talvolta disorientati nell’inseguimento di felicità illusorie o incomplete, siamo dolcemente schiavi di un richiamo ancestrale verso il nostro punto di partenza. Lo scrittore, dal canto suo, forte di una sensibilità così spiccata da racchiudere quella di un intero popolo, vive con fervore ancora maggiore l’urgenza della limitatezza. Gesualdo Bufalino, da questo punto di vista, incarna il massimo esempio di questo parossismo esistenziale. La sua vita, del resto, per alcuni quasi insignificante nel suo essere priva di avvenimenti eclatanti, è un tutt’uno con la sua arte.

Rarissime furono le occasioni che lo videro spostarsi dalla natia Comiso, paese del ragusano che, certamente, a metà del ‘900 non poteva vantare il fermento intellettuale delle maggiori capitali italiane ed internazionali. Essenzialmente, dunque, Bufalino è un decentrato: un emarginato geografico e culturale, un naufrago, una primula rossa di eccezionale rarità. Amava trascorrere il tempo passeggiando, incontrando qualche amico presso il mercato ittico dove oggi sorge la biblioteca a lui intitolata, ma soprattutto immerso a capofitto in libri e biblioteche. A tal punto che il suo primo romanzo, Diceria dell’untore, uscì quando lo scrittore aveva già 61 anni: per tutta la vita non fece altro che vivere a contatto con la letteratura. E no, non fu affatto il risultato di una forzatura o di una privazione: Bufalino scelse con forza e con piacere di confinarsi nel familiare recinto di Comiso, dopo essere stato coattamente costretto al sanatorio, nella normalità di relazioni affettive discrete e sobrie. Non è un caso che la sua scrittura sia la più stravagante e potente tra quella di tutti gli altri scrittori siciliani: egli, di quel recinto, fece un aereo capace di planare sul mondo, un telescopio capace di raggiungere universi inesplorati. Il ritiro nel silenzio come innesco della nascita di una parola pura e traboccante di significato. Non è, alla lontana, ciò che permise ad Emilio Salgari, pur senza affrontare alcun lungo viaggio, di descrivere con precisione sorprendente le esotiche location che fanno da sfondo alle avventure di Sandokan? O, ancora meglio, lo strumento che Giacomo Leopardi fece proprio per tramutare l’angosciosa pochezza di Recanati in una poesia senza eguali? Anzi, a ben guardare, potremmo quasi dire che Bufalino rappresenta, per molti versi, il Leopardi siciliano.

Sì, perché se è vero che il poeta dell’infinito esaudì a più riprese il suo desiderio di allontanarsi dalla cittadina marchigiana non si può, al tempo stesso, negare che le sue più grandi effusioni liriche abbiano come soggetto o come ambientazione il natio borgo selvaggio. Su tutte L’infinito: che a dispetto della sua sublimità scaturisce da una vista impedita, dal contatto con un luogo, il famoso colle, ai limiti dello squallore nella sua desolata solitudine. Ma ecco ciò che unisce i due scrittori: il confine non è una giustificazione o un ostacolo per fermarsi all’apparenza delle cose, ma una spinta al sopravanzamento. Il limite è la condizione essenziale dell’infinito: ci vuole un muro, una barriera perché il nostro istinto brami il suo abbattimento, ci vuole l’ombra della miseria per inseguire la grandezza. Così Leopardi e Bufalino, liberi prigionieri dello stesso buio, hanno saputo guardare alla stessa vetta illuminata. Quella del desiderio di ogni uomo che vuole affermare la sua presenza ad ogni costo, che vuole, inabissandosi scientemente o sprofondando inavvertitamente nella prosaicità, rialzarsi e mirare senza paura all’eternità dell’indicibile.

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