«Saper cogliere l’istante ma rispettare la dignità» Il fotoreportage nell’era dei Social Network

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Dalla cronaca locale ai racconti per immagini del fenomeno migratorio per l’agenzia Reuters, quella di Antonio Parrinello è una professione lunga più di trent’anni. Ospite della nostra redazione, ci ha raccontato i retroscena del suo mestiere

Oggi capita frequentemente che un giornalista, inviato a un evento per scrivere un pezzo, si ritrovi anche a dover scattare delle foto con il suo smartphone, senza un’attrezzatura professionale. Esiste tuttavia un mestiere, quello del fotoreporter, che è fondamentale, perché nulla meglio delle immagini può documentare la realtà. Ne abbiamo parlato durante una riunione di redazione con Antonio Parrinello, fotogiornalista  e collaboratore dell’agenzia Reuters

QUANDO L’ISTANTE VALE PIÙ DELL’ATTREZZATURA. «Mentre chi scrive, se non ha fatto in tempo ad appuntare qualcosa, può sempre ritornare sul testo e rivederlo, chi scatta non può farlo. Il tempismo è tutto: bisogna stare sempre attenti dietro l’obiettivo e cogliere il momento giusto, perché non si può riportare indietro il tempo. Da questo punto di vista avere un cellulare sempre a portata di mano è di grande aiuto, perché ci sono casi in cui l’istante vale più dell’attrezzatura», ha raccontato Parrinello. «Prima fotografi e giornalisti erano mandati insieme sul posto e si creava una simbiosi fondamentale tra loro: in assenza di questa sintonia c’è il rischio che l’articolo e lo scatto correlato raccontino cose diverse».

L’incontro con la redazione di Sicilian Post

LO SCATTO E LA DIGNITÀ DELLA PERSONA. Gli scatti più noti di Antonio Parrinello sono quelli che documentano il fenomeno migratorio attraverso i volti disperati di chi approda sulla terraferma: «Attendere lo sbarco è già di per sé un’esperienza toccante, ma io – afferma Parrinello – ho anche avuto la possibilità di salire su un’imbarcazione di soccorso e questo mi ha permesso di tastare con mano cosa voglia dire stare in mare aperto, anche in tempesta. Nel momento in cui ti avvicini a queste persone disperate, il primo senso a mettersi in moto è l’udito: si sentono il loro vocio e le loro grida. Immediatamente entra in gioco la vista e, dopo aver messo a fuoco la scena, si scatta». A proposito dello scatto, sorge spontanea in redazione la domanda su dove sia necessario fermarsi per non andare oltre i limiti della dignità della persona: «Oggi non ci sono limiti, ma regole dettate dalla nostra stessa sensibilità. Spesso, poi, è una questione d’intesa con il soggetto. Una volta – racconta Parrinello – una madre appena sbarcata con il proprio bambino tra le braccia mi fece capire con lo sguardo che non voleva essere fotografata e io non mi sono sentito di violare la sua privacy».

Foto Antonio Parrinello/Reuters

LAVORARE CON UNA AGENZIA INTERNAZIONALE. L’importanza mondiale del fenomeno migratorio ha fatto sì che Parrinello, raccontandolo per immagini, abbia iniziato una collaborazione con una nota agenzia stampa quale Reuters. Quest’ultima, che ha anche vinto il premio Pulitzer nel 2016 proprio per le foto che documentano gli sbarchi, vanta collaboratori da tutto il mondo e Parrinello rientra tra questi come corrispondente dalla Sicilia. «Lavorare per un’agenzia significa che ogni lavoro deve essere proposto prima, non si può agire di propria iniziativa; ma significa anche essere scelti esclusivamente per il valore di questo lavoro, non per il proprio nome. Le foto inviate, in quanto documenti della realtà, non possono essere minimamente ritoccate: il foto-ritocco è vietato e si rischia il licenziamento. Quest’ultimo però non va confuso con la post-produzione, che consiste nel passare dal file raw al jpeg come un tempo si passava dai negativi alla stampa».

Foto Antonio Parrinello/Reuters

FOTO D’AUTORE E DA REPORTER. La principale differenza tra le foto d’autore e quelle da reporter sta proprio nella possibilità o meno di ritoccarle: questo però non significa che gli scatti che documentano la realtà non abbiano spessore. Essi sono frutto di sensibilità personale: «In occasione di uno sbarco – afferma Parrinello – siamo sempre in tanti noi fotografi, ma ognuno sceglie personalmente quale rettangolo inquadrare dalla propria fotocamera ed è questa particolare attenzione a dar vita a scatti emotivi che suscitano reazioni forti e possono far sì che qualcosa, forse, cambi».

Foto Antonio Parrinello/Reuters

QUANTITÀ E QUALITÀ. Ai tempi di smartphone e social siamo assuefatti a un’incredibile quantità di foto, ma proprio questo spinge i fotografi di professione a fare meglio degli amatoriali e a portare sempre a termine un lavoro su commissione: «Quando prendi l’impegno con un giornale, non puoi non fornire gli scatti richiesti. Oggi, con la viralità dei social, le redazioni sono tra i pochi a rispettare i diritti di copyright».

Foto Antonio Parrinello/Reuters

CONIUGARE LAVORO E PASSIONE. Raccontare la nostra isola per immagini non significa documentare solo il fenomeno migratorio. «Lungo la mia carriera ho fotografato di tutto. Da ragazzo ho lavorato parecchio con la cronaca per il quotidiano La Sicilia. Negli anni ’80 e 90 a Catania si susseguivano gli omicidi più efferati: era un lavoro faticoso e rischioso. Poi, col tempo, ho avuto modo di occuparmi di tante cose, lavorando con i principali settimanali internazionali. Tra gli scatti più venduti all’estero vi sono quelli dell’Etna, soprattutto quando è in eruzione. È la mia grande passione: del resto per continuare ad amare un lavoro come il mio devi anche divertirti».

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