La vita, a volte, mostra di avere un proprio, beffardo senso dell’umorismo. Una logica tutta sua che spesso e volentieri ci chiede di mettere da parte la razionalità in favore del sentimento. Capita, così, che un passo avanti nella direzione dei nostri sogni venga preceduto da un passo indietro: una sorta di rincorsa in cerca dello slancio, un raccoglimento fisico e morale in sé stessi simile a quello delle onde nei momenti immediatamente precedenti all’alta marea. Questione di equilibri e di paura dell’ignoto, forse; ricerca di quella casa abbandonata prematuramente e mai dimenticata, magari. Tutti tratti estremamente ed immancabilmente siciliani. Tutti tratti appartenenti all’anima girovaga di Elio Vittorini, letterato dal respiro internazionale che come pochi altri ha saputo bilanciare l’indole dinamica dell’avventuriero culturale con la salutare stasi rappresentata da una ciclica regressione nella propria, amata terra. Radici mai del tutto perse di vista a dispetto della lontananza, rivissute sempre, attraverso il filtro della scrittura, con passione e forza evocativa, con la leggerezza di chi, nonostante il peso crescente degli anni, trovava nella dolcezza del ricordo una scintilla di nuova vita. Una fusione salvifica con la bellezza del proprio passato.

Fin da giovane, infatti, Vittorini era stato costretto a convivere con la necessità di dover peregrinare lungo le sponde del nostro Paese: in principio, nel 1927, fu Gorizia, città nella quale lo scrittore si trasferì in cerca di una retribuzione adeguata all’intenzione di mettere su famiglia con la neo-sposa Rosa Quasimodo (sorella del grande Salvatore). Poi, dopo una fugace ricomparsa a Siracusa, fu la volta di Firenze, nella quale iniziò il suo percorso di consacrazione: nel 1933 le sue abilità da traduttore degli autori statunitensi gli valsero la stima di Eugenio Montale, che lo raccomandò alla case editrice Mondadori; l’anno successivo, per la rivista Solaria, venne pubblicato Il garofano rosso (poi adattato in volume nel 1948, a dittatura fascista e censura concluse, proprio per Mondadori). Di lì a poco, la comparsa di quello che è universalmente riconosciuto come il suo capolavoro: Conversazione in Sicilia. Un percorso tortuoso e graduale, quello di un uomo che rifiutava orgogliosamente le comodità dei compromessi, che disattendeva con convinzione le mode e le ideologie del momento quando queste lo deludevano mostrando la loro natura coercitiva e disumana (prima il fascismo e poi il comunismo), che non aveva timore di risultare scomodo. Che, tuttavia, manteneva un unico, eterno filo conduttore: l’amore per la Sicilia. E per tutto ciò in cui la magia della sua presenza riusciva ad incarnarsi. Fu la sorella Iole, una volta, a raccontare gli effetti quasi miracolosi dei ricongiungimenti tra Vittorini e l’isola. Solitamente additato come un uomo schivo e a tratti burbero, introverso e silenzioso, gli bastava ripercorrere le strade della giovinezza perché la metamorfosi avvenisse: «A volte, ci divertivamo a giocare con il pianoforte. Amava la musica jazz, ma aveva anche una predilezione per La traviata di Verdi. Una volta, poi, trovai Elio che accarezzava un comò in stile liberty realizzato da mio zio. Forse perché innamorato dei disegni, forse perché ricordava la sua infanzia. Quando si accorse di me, si ricompose: quando si trattava di mostrare le sue debolezze affettive, mostrava una sorta di pudore. Quando rientrava in Sicilia, comunque, era come rivederlo fanciullo: con gli amici si apriva ed era allegro. Ho tanti ricordi di lui con il sorriso. Dopo la guerra, si era impegnato a tornare ogni anno, massimo ogni due». Casa. È grazie a questa parola che ritroviamo la via.

Non c’è giovinezza, non c’è speranza, non c’è tempo che si esaurisca nel cuore di chi impara a tornare indietro. Non per inabissarsi nella malinconia del rimpianto, non per trovare un vile rifugio alla paura di vivere, non per diventare schiavi della propria memoria. Ma per riscoprire la spinta originaria che ci ha gettati nel flusso della vita, per riabbracciare l’identità che avevamo smarrito, per assicurarsi che il nuovo viaggio cominci dalla base che non ci ha mai traditi. Questa base, per noi, è la Sicilia, il faro in mezzo alla tempesta che sappiamo impossibile da spodestare, la dimensione domestica del nostro vagare. Il trampolino da cui saltare: non prima, però, di esservi atterrati. Del resto, come diceva Cesare Pavese: «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti».

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