Come per il cibo, anche nel giornalismo ciò che viene messo sul banco, rimpastato e sfornato fast non è sempre sinonimo di qualità. Nella quotidianità della sovraesposizione mediatica, l’informazione si trova a un click o a un tap di distanza da noi, calda e croccante come i Chicken McNuggets appena saltati fuori dall’olio bollente. Dalla notifica del tweet alla breaking news in testa alle bacheche social, ci nutriamo di bocconi caldi e notizie “una tira l’altra”, spesso dimenticando di fare attenzione alla genuinità di quello che i nostri occhi incontrano e di cui la mente si nutre.

Ci accorgiamo, allora, che l’informazione non è tanto diversa dall’alimentazione. Per essere sana, ricca di notizie attendibili e verificate, ha bisogno di una preparazione più scrupolosa, fonti di prima mano (anche se non necessariamente a chilometro zero!) e un impiattamento che non è mai definitivo, ma aperto a possibilità di modifiche e integrazioni (opportunamente segnalate) proprio per assecondare la natura complessa e mutevole dei fatti.

Così, se negli anni Ottanta nasceva in Italia l’espressione slow food per opporsi al fenomeno dei fast food, allo stesso modo a inizio anni Duemila in Inghilterra si iniziava a parlare di Slow Journalism, antidoto al cosiddetto giornalismo mainstream, fatto di notizie tempestive e di conseguenza imprecise, report frettolosi e contenuti audiovisivi di dubbia provenienza, diffusi in tempo record per assecondare il mantra del “dire tutto e farlo subito”. E, in non rari casi di malafede, per acchiappare i famosi click e macinare le preziose views.

Lo slow journalism approda in Italia in maniera più strutturata nel 2016 con Slow News, un progetto di Alberto Puliafito, Andrea Coccia e Andrea Spinelli Barrile, per trasformare quella che Wikipedia definisce una sottocultura del giornalismo in una vera e propria risposta alla crisi del settore.

Di questo si è parlato durante la prima giornata del Workshop “Il giornalismo che verrà” nell’Aula Magna di Villa San Saverio a Catania. Il giornalismo lento scardina uno dei principi fondanti del giornalismo tradizionale, ovvero servire la notizia al lettore quando è ancora calda, possibilmente in prima pagina, a favore di un approccio più riflessivo, che preferisce indagare e approfondire, per presentare e raccontare i fatti in maniera analitica e scevra da emotività e pregiudizi. “Slow News” sembra un ossimoro, perché siamo abituati a considerare notizie lette a distanza di tempo non più “news”. Ed è nello spazio di questo divario lessicale la rivoluzione del progetto presentato da Puliafito.

Abbiamo davvero bisogno di sapere e vedere tutto immediatamente? La lentezza in alcuni casi può aiutarci a processare le informazioni (o digerire, volendo proseguire con la metafora alimentare), portandoci a raccontare storie più complete e oneste e, di conseguenza, permetterci di fruire di contenuti migliori? Lo slow journalism rallenta un mondo frenetico e iperconnesso, si tira fuori dal flusso di notizie costanti per permettersi il lusso (o prendersi il rischio) di pubblicare un contenuto solo quando è ritenuto pronto, non quando “si deve”.

Questo tipo di giornalismo non è un format, non è d’inchiesta o di approfondimento. È giornalismo che si prende il tempo per essere attendibile e onesto, che riflette sull’impatto che avrà sul lettore per essere ingranaggio di un meccanismo di comprensione più virtuoso.

E se la fast news asseconda la fame di fatti e riempie la bocca di contenuti, il lettore scoprirà che quella slow di certo sazia e nutre in maniera più genuina. E allora un giorno, forse, smartphone o quotidiano alla mano, al giornalista dirà: «Per me una notizia ben cotta, grazie. Non breaking, ma slow».

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