Il più grande interprete di musica americana è un italiano: si tratta del pianista salentino Emanuele Arciuli, oramai una roccaforte nei reami della musica colta americana, come dimostrano le innumerevoli composizioni specificatamente ideate per lui da importanti compositori statunitensi dei nostri tempi (tra cui John Luther Adams, Frederic Rzewski e George Crumb), e una candidatura ai Grammy Awards. Il 13 marzo 2022 Arciuli giunge al teatro Odeon di Catania per promuovere la sua ultima uscita, Viaggio in America. Musica coast to coast; la presentazione del libro viene corredata da una rassegna di piccole meraviglie della letteratura musicale contemporanea degli Stati Uniti d’America, con Arciuli al pianoforte. Viaggio in America vuole smentire lo stigma culturale che reputa il filone colto americano mancante di seria rispettabilità, dimostrando invece che esso esiste davvero e possiede una grande forza descrittiva. 

La platea dell’Odeon allaccia le cinture e vola per gli Stati Uniti, alla scoperta di un’America inconsueta, che si spinge oltre il jazz o la canzone di Broadway: Arciuli viaggia verso i territori vergini del Vecchio West, la cui natura riarsa è raffigurata dal minimalismo e dal postminimalismo. Il pianoforte è un velivolo da cui scorgere le distese verdi della Carolina del Nord, descritte dai Time Curve Preludes di William Duckworth, il nostalgico countryside del Kentucky, rievocato da Peter Gilbert in un omaggio a Thelonious Monk, o le terre dei nativi americani, fotografate da Louis Ballard nei suoi American Indian Piano Preludes. I sensi percepiscono che il suolo da cui proviene questa musica è lo stesso che ha dato i natali alla Coca Cola: i suoni non si limitano a ritrarre i paesaggi del Continente Nuovo, ma si traducono anche nelle immagini degli archetipi e degli artefatti su cui si fonda l’estetica statunitense. Il leitmotiv nel programma proposto da Arciuli resta comunque l’unicità dei landscape americani, il più delle volte dipinti di blu, a voler rammentare che la terra dei cowboy gode di diversità e singolarità come poche altre parti del mondo. 

Ma Viaggio in America non è solo una mostra estetica; inevitabilmente funge anche da promemoria della complessità dell’arte americana, un calderone che trabocca di ingredienti dalle disparate provenienze. Ad esempio, il terzo movimento della Sonata di Gilbert reinventa il dolce impressionismo ravelliano nel raffigurare le fiamme e il sole cocente sui Monti Appalachi, mentre nel brano In a Landscape di John Cage in un deserto di cluster armonici appare come un miraggio (una citazione al Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 di Rachmaninov che è impossibile non cogliere). La varietà di registri espressivi genera un sistema sonoro a tutto tondo, in cui può accadere di essere percossi fino allo stordimento e poi, improvvisamente, accarezzati.

I suoni del Nuovo Mondo offrono anche nuove chiavi di lettura nei confronti della musica colta: l’Etude postminimalista di Philip Glass è caratterizzata da una ripetizione ossessiva del tema, che, dichiara lo stesso Arciuli, ha lo scopo di «tenere unite le cose. Le cose non esistono finchè non c’è una memoria, quindi la musica utilizza la reiterazione per tenere in vita le memorie». Il pianista indossa queste lenti quando, sul finale, concede al pubblico il blues di Rzewski, una worksong dal taglio novecentistico, in cui il meccanismo ostinato rafforza il tormentato ricordo dell’alienazione umana nel rapporto con le macchine. 

Con Viaggio in America, Arciuli riconferma che il suo operato nel panorama musicale non ha eguali, che è precisamente per lui che Gilbert compose la sua Sonata New Scenes from an Old World, eseguita durante il recital; ma ribadisce anche che questa musica, per quanto recente, ha tutte le carte in regola per reclamare al più presto il proprio posto nelle sale da concerto e nella storia della musica. Frattanto, al pubblico più ricettivo rimane il ricordo delle immagini rievocate da Arciuli: è questo il più prezioso souvenir del Viaggio in America.

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