A distanza di 100 giorni dall’ascesa dei talebani e dal ritiro delle truppe americane, le sorti dell’Afghanistan continuano a tenere il mondo con il fiato sospeso. Tra le questioni umanitarie più urgenti, quella della privazione dei diritti femminili, così bruscamente interrotti nel loro faticoso processo di formazione, ha catturato l’attenzione di tanti storici cronisti che per vent’anni hanno informato l’Occidente su queste dinamiche. Tra questi, la giornalista Rai Tiziana Ferrario, che recentemente ha presentato il suo romanzo La principessa afghana e il giardino delle giovani ribelli presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania. Con lei abbiamo discusso delle ragioni che l’hanno spinta a scrivere questa storia e del futuro che attende l’Afghanistan.

Chi è la principessa afghana che compare nel titolo del suo primo romanzo? 
«La principessa afghana è una donna realmente esistita: si tratta di Homaira, la nipote prediletta del re Zahir Shah, l’ultimo sovrano che ha governato il Paese fino al 1973, anno in cui fu esiliato. Non bisogna pensare a lei come alla tipica principessa bionda che viene in occidente per fare shopping; è una donna legata all’Afghanistan da cui è stata costretta a fuggire. Giunta in Italia come i tanti altri profughi di cui sentiamo parlare, non ha avuto alcun privilegio per la sua natura regale. Cresciuta tra le stalle nobiliari del nonno, in Italia ha fatto l’unica cosa che sapeva fare: pulire cavalli e stalle. Un lavoro umile che ha svolto pure in Inghilterra per mantenere sé e sua figlia nella speranza di tornare in Afghanistan». 

La giornalista Tiziana Ferrario

Chi sono, invece, le “giovani ribelli”?
«Sono tutte quelle donne che con coraggio e dignità ogni giorno reclamano i propri  diritti. Ci interessiamo all’Afghanistan dal 2001, anno di inizio della guerra americana a seguito dell’attentato alle Torri Gemelle. Già da tempo però la vita in quella terra non era accettabile: le afghane subivano soprusi e negazione dei diritti da prima del 2001, quando al potere vi erano i talebani, ma i media non se ne erano mai interessati. Oggi la questione è diversa: gli Americani si sono ritirati e i talebani sono tornati al potere, ma devono tenere conto che nei 20 anni intercorsi le donne hanno imparato cosa sono i diritti e non possono negarli senza motivi apparenti. Di fronte al divieto di andare a scuola imposto alle ragazze dai 12 anni in su, i talebani adducono come motivazione la mancanza di sicurezza per uscire. Ma qual è la condizione di sicurezza per permetterglielo? La verità è che le donne libere sono un pericolo per i talebani stessi».

Durante la sua carriera giornalistica ha scritto spesso di Medio Oriente e di Afghanistan. Come mai, questa volta, ha deciso di esplorare queste tematiche con un romanzo?
«Per una volta ho abbandonato la scrittura giornalistica per raggiungere un pubblico più ampio e far capire a tutti che quel che accade in Afghanistan non è così lontano da noi. Si pensi solo che l’Italia nel ‘900 – spiega la giornalista – ha accolto per due volte famiglie reali in esilio dall’Afghanistan».

A suo avviso, cosa è andato storto in quegli ultimi drammatici giorni del ritiro delle truppe occidentali da Kabul?
«Trump ha stipulato un accordo demenziale con i talebani: il ritiro delle truppe americane a patto che nel frattempo non venisse loro torto un capello. Questo ha provocato la fuga del vecchio governo Ghani e l’ascesa dei talebani, che di fatto sono saliti al potere senza opposizioni e quindi con un dominio quasi legittimo. In conseguenza di ciò le organizzazioni umanitarie come l’Onu per agire sul territorio devono ottenere la collaborazione del governo talebano, che simula un atteggiamento collaborativo. Così come con i giornalisti: i talebani forniscono un visto, ma davanti a loro non mostrano mai il volto peggiore».


Profughi afghani continuano ad arrivare nel Vecchio Continente, Italia compresa. In che modo l’Unione Europea dovrebbe affrontare questo tema?
«Le immagini dei civili che rincorrono gli aerei per fuggire dal proprio Paese in Occidente hanno dato l’impressione di un’orda di fuggitivi di fronte alla quale molti hanno chiuso le frontiere. La realtà però non è così semplice: al di là delle 130000 persone che sono riuscite a fuggire, altre 38 milioni sono bloccate lì. Gli emigrati tornerebbero volentieri nella loro terra, se le condizioni glielo permettessero. La gente fugge dall’Afghanistan perché sta morendo di fame e di freddo. È arrivata la prima neve, gli aiuti della comunità internazionale che garantiva gli stipendi in un’economia che da sola non si regge sono bloccati. La vera sfida è aiutare gli Afghani nella loro terra. E l’Europa, che è in parte responsabile di ciò che sta accadendo, non può esimersi da questo compito».

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