Tra sacro e profano: Acireale rende omaggio all’artista Francesco Patanè

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Presso la Galleria Credito Siciliano del comune, fino al 1° settembre, sarà possibile, grazie alla mostra curata da Ornella Fazzina e Michele Romano, immergersi tra alcune delle opere dell’artista acese. Dagli autoritratti ai lavori realizzati su commissione, fino alle caricature, un’occasione per ripercorrere un secolo di arte siciliana, attraverso alcune delle sue tappe più significative e i rapporti epistolari dei grandi protagonisti del’epoca

Una mostra in 10 sezioni, 5 itinerari, 9 sedi espositive tra principali e secondarie, 11 mesi di apertura e 550 pezzi. Sono questi i numeri ciclopici dell’Antologica dedicata a Francesco Patanè, ospitata dalla Galleria Credito Siciliano di Acireale. Una mostra che sorprende non solo per i numeri, ma per il dialogo che stabilisce con la città natale di questo artista. «Il percorso – racconta l’ideatore Luca Scandurra – è un garbato viaggio nell’arte e nel pensiero di Patanè ed un’occasione per dare visibilità alla sua produzione meno conosciuta, come quella sacra e realizzata su commissione. Si crea qui peraltro un unicum espositivo perché uscendo dalla Galleria si entra in contatto con le opere di cui in questa mostra sono custoditi bozzetti e cartoni preparatori». La mostra, visitabile fino all’1 settembre e curata da Ornella Fazzina e Michele Romano, sfrutta per la prima volta le potenzialità del digitale, offrendo delle estensioni didattiche tramite i Qr code e la possibilità di virtual tour per un’esperienza immersiva grazie all’app Newl’ink.

LA PRODUZIONE SACRA. Francesco Patanè, nato e cresciuto ad Acireale, ha dedicato la sua vita e la sua opera alla città natale realizzando molte delle pale d’altare o degli affreschi che arricchiscono le chiese della diocesi acese, dalla Cattedrale alla chiesa di San Sebastiano. Anche la sede del Seminario di Acireale si fregia di opere pittoriche realizzate da Patanè, come testimonia Mons. Urso. «Negli anni del seminario la figura di Patanè suscitava in me rispetto e ammirazione, perché da una parte le sue opere comunicavano il messaggio religioso in maniera semplice ed immediata, dall’altra erano opera di un artista di grande spicco ed eleganza. I suoi dipinti hanno scandito le mie giornate e la mia formazione». Quest’Antologica consente così di scoprire non solo l’evoluzione dell’artista acese, ma anche un secolo di arte siciliana, tra sacro e profano. «Il forte legame con il territorio che caratterizza questa mostra – ci spiega Ornella Fazzina – consente di scoprire il genius loci di Acireale. La produzione di Francesco Patanè attraversa tutto il ‘900, svelando tanto una committenza laica quanto una religiosa, raccontate in questa mostra attraverso un filo narrativo non cronologico, ma tematico e scientifico».

UN ARTISTA E LA SUA CITTÀ. Michelangelo Patanè dopo la morte del padre ne ha accuratamente conservato l’opera, dai disegni preparatori alle tele. «Questa mostra è anche un segno di riconoscimento della città nei confronti di mio padre che tanto ha dato ad Acireale senza chiedere riconoscimenti, anzi attirandosi molte critiche perché partecipava poco alle mostre a cui era invitato. Francesco Patanè viveva della sua arte e ne era orgoglioso senza alcuna velleità». Nonostante la ferma decisione di rimanere ad Acireale, Patanè fu infatti invitato alla Triennale e Quadriennale e insignito di numerosi premi ottenendo il successo in tutta Italia. La permanenza nella città natale ha inoltre connotato positivamente la sua opera, lineare e priva di fratture. «Se confrontiamo l’autoritratto di Patanè da giovane – ha spiegato la curatrice Ornella Fazzina – e poi la sua autorappresentazione alcuni anni dopo, abbiamo tutto il rinascimento di un artista che formandosi all’Accademia di Belle Arti di Palermo, entra in contatto con grandi maestri come Onofrio Tomaselli e Archimede Campini e riesce a trasfondere anche in pittura quella che è una costruzione volumetrica e plastica, quasi scultorea, che ne fa un eccezionale esecutore della realtà». L’opera di Patanè è fatta delle piccole cose che caratterizzano l’ambiente quotidiano e familiare, ma che l’artista assurge a straordinarie. «Patanè ha guardato ai fermenti del primo Novecento, come il realismo magico, senza che la sua arte abbia subito vistose fratture. Questa continuità e il legame con il classicismo lo legano indissolubilmente alla sua città e ad un localismo che non significa provincialismo, ma coerenza ad una precisa linea artistica».

F.Patanè, Autocaricatura, 1924

IL RAPPORTO CON PIRRONE. Luca Scandurra ha studiato Francesco Patanè per molti anni prima di ideare i 5 itinerari che lo hanno celebrato in diverse città siciliane, fino all’ultima tappa ad Acireale. «In quest’ultimo allestimento ho voluto creare alcune sezioni che scandagliano a fondo l’animo di Francesco Patanè, come ad esempio quella dedicata ai ritratti in cui sono presenti anche alcune sculture di un amico di Patanè, Giuseppe Pirrone, con cui i dipinti del maestro Francesco dialogano e si confrontano. Patanè, robusto di formazione, ha avuto la possibilità di esplorare diverse forme espressive, compresa la caricatura e non ha mai interrotto il dialogo con i suoi contemporanei o maestri come Paolo Vasta, del quale realizzò un ritratto». Giuseppe Pirrone operò soprattutto nella Val di Noto, ma i due artisti mantennero sempre un fitto scambio epistolare. «Ho avuto la fortuna di leggere l’epistolario tra Pirrone e Patanè – spiega Michele Romano – e devo dire che questa è la prima volta che vedo l’antologica di un artista che espone anche molte opere di altri artisti, segno che tra questi non vi erano sentimenti di invidia ma un confronto costruttivo. Anche la Val di Noto è prova d’amicizia tra Patanè e Pirrone, perché se Noto custodisce il portale realizzato da Pirrone ad Avola invece l’ingresso principale della Chiesa madre fu realizzato da Patanè. Entrambi poi hanno molto lavorato sulla fisiognomica, ovvero la capacità del volto di esprimere un messaggio o un’emozione a chi lo osserva. Quando un artista riesce a fregiarsi del luogo in cui vive, come ha fatto Patanè, questo attribuisce un valore aggiunto alla sua opera».

F.Patanè, Autoritratto di trequarti, anni’40

 

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