Agosto, Sicilia. Anche per te, lavoratore o studente in pausa da sessione estiva, è giunto finalmente il tempo di stenderti al sole. Da queste parti persino il fototipo 1, cosparso di protezione 100, cerca un accenno di tintarella, quanto basta per evitare di candidarsi a bersaglio di battute pregiudiziose: «Chi si jancu! Nun ci isti a mari avannu?». Essere abbronzati qui non è semplicemente una moda ma il fiero francobollo di una cartolina che viene da una terra baciata dal sole e abbracciata da litorali mozzafiato. Eppure, non sempre è stato così. Come mai?

Fin dal Medioevo – ma la prassi pare fosse diffusa anche nell’antica Roma – l’abbronzatura era segno distintivo dei ceti indigenti costretti a lavorare per pagarsi da vivere: si trattava in genere di contadini, pescatori e manovali che trascorrevano ore intere all’aperto. La nobiltà, invece, che non aveva bisogno di darsi alle fatiche del corpo per pagare il diritto di stare al mondo, si dava pena per preservare dai raggi solari l’aspetto candido. Per questo le nobildonne uscivano protette da ombrellini e cappelli a falda larga, accessori che, tra l’altro, erano esteticamente gradevoli. Ma senza scomodare la donna-angelo del dolce stil novo, la pelle chiara rimase a lungo canone di bellezza proprio perché collegata a un privilegio nobiliare. Mia nonna (classe 1927) si ricorda che un giorno una contadina non si presentò al lavoro per un fatto curioso. Sara – questo il nome della giovane – dopo una lunga giornata passata sui campi, si era visibilmente scottata le gambe e per schiarirle aveva pensato di spalmarsi addosso il latte che secernono i fichi ma, così facendo, si era procurata delle brutte reazioni cutanee. Gli stratagemmi sbiancanti a quei tempi erano ancora tantissimi, alcuni bizzarri e spesso improvvisati. Eppure, il mondo si era già enormemente evoluto.

Sean Connery in una scena di Agente 007 – Thunderball (Operazione Tuono)

Infatti, la situazione era iniziata a cambiare già agli albori del ‘900 quando si scoprì che l’insorgenza di alcune malattie è legata alla mancanza di vitamina D e che questa vitamina viene assorbita dal corpo grazie al sole. Era il 1903, Niels Ryberg Finsen vinceva il premio Nobel per gli studi sulla fototerapia. Così, con i medici che prescrivevano le passeggiate al sole, l’abbronzatura cominciò lentamente a non essere più un tabù. Una controtendenza che però non fu merito soltanto della scienza.

A consacrare definitivamente l’abbronzatura come canone estetico, tuttavia, furono il mondo della moda e quello del cinema. La prima influencer che sdoganò la tintarella probabilmente fu la stilista Coco Chanel che negli anni ’20, durante una vacanza in barca, si lasciò baciare dal sole e, al rientro a Parigi, incantò tutti con il suo colorito. Un forte impulso alla moda fu dato poi nel 1946 dal lancio del primo bikini per opera del francese Louis Réard. Ma anche le pellicole hollywoodiane con i protagonisti distesi a bordo piscina giocarono presto un ruolo nell’immaginario collettivo. Chi non ricorda il fascino di uno Sean Connery baciato dai raggi del sole in Agente 007 – Thunderball (Operazione Tuono)?

Un ruolo lo ebbe persino la tragedia della Seconda guerra mondiale. I soldati che erano stati a combattere nel Sud-Est asiatico e nel Pacifico meridionale tornarono con la pelle abbronzata, divenuta così sinonimo di vigore e benessere. Siamo alla fine degli anni ’50, abbronzarsi diventa in America un claim pubblicitario a partire dalla celebre bambina con le codine che sponsorizza la crema solare Coppertone «per abbronzarsi e non bruciarsi»: addirittura, il primo slogan recitava Don’t be a Paleface, cioè «Non essere un viso pallido». L’impazzare del turismo di massa durante gli anni del boom economico fece poi il resto: l’abbronzatura da marchio della classe lavoratrice divenne simbolo felice di tempo libero, gioventù e ricchezza.

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