Dici preistoria in Sicilia e pensi subito alle necropoli rupestri di Pantalica, nel siracusano. Di certo perché rappresenta uno dei siti archeologici più celebri e studiati nell’isola. Pochi sanno, tuttavia, che esso non è un unicum, dal momento che la Trinacria pullula di testimonianze e di affascinanti luoghi legati agli albori della nostra civiltà. Uno di questi è senza dubbio la Grotta dei Cavalli, situata nelle immediate vicinanze di San Vito Lo Capo ed esempio mirabile di perfetta fusione tra bellezza paesaggistica mozzafiato e pregio di carattere storico-culturale. La Grotta, infatti, agli occhi del visitatore risulta quasi essere un vero e proprio monumento naturale, inglobato tra le imponenti falesie di Cala Mancina e affacciato sulla distesa cristallina del Golfo di Monte Cofano. Ma è soprattutto ciò che si trova al suo interno a stuzzicare la curiosità e la fantasia degli avventori.

LE PITTURE RUPESTRI. Benché sia stato stimato che la presenza umana presso il rito risalga addirittura al Paleolitico superiore, le tracce più rilevanti ancora oggi conservate, ovvero le suggestive pitture rupestri dipinte in rosso sulla parete di destra, sono relative al cosiddetto Eneolitico, vale a dire l’ultima fase del Neolitico. Che si dividano in due o tre gruppi – a seconda delle ipotesi formulate – le figure tratteggiate sulla roccia compongono un vero e proprio ciclo pittorico che spazia dalla raffigurazione di corpi umani stilizzati a soggetti astratti che mostrano un interessante grado di elaborazione simbolica. Così, in questo inusuale e per certi versi misterioso mosaico arcaico, volteggiano, quasi fossero intenti a celebrare un significativo rituale, uomini slanciati, animali, barche e persino il sole. Ad accompagnarli dei segni geometrici tanto precisi quanto imperscrutabili, che assumono le forme più disparate, dall’ellissoide alla sequenza di cerchi concentrici. Proprio questi segni hanno fatto supporre che la Grotta dei Cavalli sia in qualche modo connessa ad un altro sito cavernoso del trapanese, vale a dire la Grotta di Polifemo, dentro la quale riecheggia un tratteggio davvero simile. Una “parentela” che sarebbe confermata anche un altro, curioso elemento, questa volta di natura archeoastronomica.

Uno dei graffiti all’interno di Grotta dei Cavalli

IL MISTERO DELLA LUCE. Allo scoccare del solstizio d’estate, ogni anno, quando il sole si appresta a tramontare, l’interno di entrambe le caverne – nello specifico le pareti di fondo – si illumina di un vivace color granata, che dà quasi l’impressione di risplendere. È probabile, a giudizio degli archeologici, che questo fenomeno sia legato alla profonda importanza religiosa rivestita anticamente dai culti solari, come, d’altra parte, la ripetuta illustrazione dell’astro confermerebbe. Ma c’è di più: è possibile, sulla base della centralità anche dell’immagine dell’imbarcazione, che questi siti fossero preposti a fungere da indicatori di rotta lungo la tratta che conduceva i carichi mercantili trapanesi sulle coste della Sardegna.

Luogo da cartolina, altare di pietra e faro ante litteram: la Grotta dei Cavalli non si fa mancare proprio nulla. Anche a distanza di 5000 anni.

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