Non molti sanno che il castagno più grande e antico d’Italia si trova in Sicilia e affonda le sue radici nel cuore del parco dell’Etna. L’albero, vero monumento della natura, misura esattamente ventidue metri sia in altezza che nella circonferenza del tronco, ha oltre duemila anni e si trova sul versante orientale del vulcano, più precisamente entro i confini del comune di Sant’Alfio.

La silhouette maestosa, la curiosa conformazione cava e il nome di vocazione quasi fantasy (u Castagnu di li Centu Cavaddi) non lasciano spazio a dubbi: alle sue spalle, o meglio all’ombra delle sue larghe fronde, deve nascondersi una storia degna di tanta atipica bellezza. Storia che, una volta giunti nel bosco di Carpineto, gli abitanti dei paesi etnei non tarderanno a raccontarvi, portando avanti una fantasiosa tradizione orale lunga ormai secoli.

LA LEGGENDA DI UNA NOTTE D’AMORE. Come ogni racconto o fiaba che si rispetti, la leggenda cha dà il nome al Castagno dei Cento Cavalli inizia con un imprevisto, non manca di dame e cavalieri e, a seconda dell’età di chi ascolta, si tinge di tinte romantiche e addirittura “scabrose”.

Da secoli, pastori, contadini e cantastorie del posto narrano di una Regina straniera e del suo seguito di cento cavalieri e dame impegnati in una battuta di caccia fra i boschi dell’Etna. Quando un improvviso e violento temporale li sorprese, la Regina e il resto del corteo trovarono riparo sotto i rami del castagno, grande abbastanza da accoglierli tutti (destrieri compresi) all’interno della grande conca che il tronco tutt’oggi forma. Spazio addirittura sufficiente – e qui non vi è alcuna finzione favolistica – all’edificazione di una casupola al suo interno. Il temporale, che continuò impetuoso fino a tarda sera, li costrinse a passare lì la notte e, si dice, diede la possibilità alla Regina di giacere indisturbata e senza vergogna con il suo amante ai piedi dell’albero, lontana dal perbenismo e dalle costrizioni del Palazzo.

Il Castagno nella rappresentazione di Jean-Pierre Houël, 1777 circa

Qui il racconto muta, perché più di una versione vuole che in realtà quella notte la Regina incontrò il favore non solo di un uomo, ma di più e più amanti fra i cavalieri al suo seguito. Versioni sempre più audaci probabilmente influenzate dalla sovrapposizione della Regina con la figura storica di Giovanna I d’Angiò, passata alla storia con la nomea di donna dissoluta e già protagonista di altre leggende scabrose nel Sud Italia.

LA DAMA SENZA NOME. Se l’identificazione con la regina angioina appare poco plausibile, considerato che le fitte note storiche legate alla sua biografia non ne attestano mai il passaggio in Sicilia, altrettanto poco convincenti sono le associazioni con altre due donne di potere del periodo fra il Basso Medioevo e i primi anni del Rinascimento. Nel tramandarsi della storia nei secoli, infatti, i nomi suggeriti per una possibile identificazione della misteriosa regina sono quelli di Giovanna d’Aragona e dell’imperatrice Isabella d’Inghilterra, terza moglie di Federico II di Svevia.

La sovrana inglese, pur portando il titolo di “Regina consorte di Sicilia” e avendo viaggiato fra le regioni del Sud, in particolare nel nord della Puglia, non lasciò mai particolare evidenza di una permanenza sull’isola. Nel caso della regina spagnola, invece, si potrebbe fare riferimento sia a Giovanna d’Aragona, detta anche di Trastámara, sia a sua figlia Giovanna d’Aragona, meglio nota come Giovannella. Un curioso caso di omonimia che vede madre e figlia, rispettivamente di quaranta e sedici anni, contemporaneamente presenti in Sicilia fra l’estate e l’autunno del 1495, in fuga da Napoli.

Per le due Giovanna la storia parla chiaro: la personalità e il profilo psicologico descritto dalle fonti poco coincidono con la regina libertina tramandata dalla leggenda del Castagno dei Cento Cavalli.

La madre, donna politica molto amata dal popolo, portò avanti una vedovanza stringente fino alla morte. E la figlia, non meno sfortunata, all’età di diciassette anni perse il suo sposo poco dopo le nozze. Per sottolineare il grande dolore e la devozione, entrambe in tempi diversi presero la decisione di consegnarsi alla storia come regine tristi, firmandosi sempre e soltanto come “la triste Reyna”.

Cercare di fare luce fra le folte ombre proiettate dal grande castagno non è semplice. Fantasia popolare e tradizione orale avevano già dato forma alla leggenda prima ancora che artisti e viaggiatori ne tenessero traccia con scritti e dipinti. Nemmeno la Storia può venirci incontro per svelare l’identità della regina e quanto ci sia di vero nell’immagine di cento cavalli e cavalieri protetti da un enorme albero. E noi preferiamo così, perché in fondo il fascino delle leggende è tutto lì, nei punti interrogativi lasciati irrisolti nei secoli.

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