«Di quel sangue che m’irrorava, io ho goduto. Sìi, ho goduto non meno del campo seminato che gode della pioggia mandata da Zeus al primo spuntare dei germogli». È una sordida storia di vendetta quella che vede protagonisti Clitennestra (Laura Marinoni), Agamennone (Sax Nicosia), Ifigenia (Carlotta Messina e Maria Chiara Signorello) e Oreste (Giuseppe Fusciello), di cui Davide Livermore fa una rilettura macabra e affascinante per l’Istituto Nazionale del Dramma Antico di Siracusa. Unica trilogia arrivata integra fino a noi, l’Orestea di Eschilo composta da Agamennone, Coefore ed Eumenidi era già ben nota all’epica e alla lirica greca. La funesta vicenda narra dell’uccisione di Agamennone a opera della moglie Clitennestra, in combutta con l’amante Egisto (Stefano Santospago), dopo che il marito aveva sacrificato la loro figlia Ifigenia per placare l’ira di Artemide e “far ripartire la guerra”, originando così una ritorsione familiare che raggiungerà il suo apice, nove anni più tardi, nell’assassinio della regina per mano del figlio Oreste.

NON C’È TRE SENZA QUATTRO. Quarto spettacolo sul colle Temenite per il regista torinese, dopo Elena del 2019 e Coefore ed Eumenidi dello scorso anno, in cui mantiene il suo inconfondibile stile. Ancora una volta, infatti, sposa quella linea costruita da Wagner sul Gesamtkunstwerk in cui, in una sintesi perfetta, si sovrappongono musica, drammaturgia, poesia, arti figurative e coreutica e che tanto aveva interessato la tragedia attica come anche la tradizione operistica di fine Ottocento. Lo avevano già teorizzato i futuristi, i surrealisti e i costruttivisti che vedevano nel neo-nato cinema la via breve per arrivare allo spettatore, ed è proprio alla settima arte che si rivolge Livermore inserendo nella tragedia eschilea frammenti di horror, spy-story e thriller. Così, presenta Ifigenia come uno spettro dannato – che ricorda Samara in The Ring o l’innocente Georgie di IT, fagocitato nel tombino mentre gioca con la sua barchetta di carta – e di barchette Ifigenia ne ha molte, costretta a vagare non vista in mezzo ai vivi, caricando di ferina vendetta la madre Clitennestra. Finché il re Agamennone non sarà caduto sotto i colpi del suo pugnale, né madre né figlia troveranno pace; stessa fine sarà poi destinata all’amante del re, Cassandra (Linda Gennari), l’unica in grado di avvertirne presenza ultraterrena. Dato che squadra vincente non si cambia, Livermore torna a lavorare con alcuni dei suoi attori must: in testa una superba Marinoni, regale sovrana capace di dissimulare il suo dolore per poi darne sfogo nel più feroce dei modi. Una prova da grande attrice, in uno forse dei suoi più riusciti personaggi, che mette in secondo piano le innegabili qualità degli altri interpreti. Nicosia, Santospago, la rivelazione Gennari, la corifea Gaia Aprea e il coro preparano il terreno per farla entrare a pieno titolo nell’Olimpio delle divinità dove viene accolta con tutti gli onori.

Lo spettro di Ifigenia (Maria Chiara Signorello) | Ph. Maria Pia Ballarino

SPECCHIO, SPECCHIO DELLE MIE BRAME. L’imponente scena è composta da specchi in cui la platea si riflette e dove passato e presente si mescolano. Mancano le tre porte presenti nella skenè classica, sostituite da aperture a scomparsa, mentre su due grandi Stargate – per citare il film di Emmerich – un videowall frontale, l’altro posizionato sull’orchestra, accolgono immagini topiche, come il mare, il sangue, la pioggia sui vetri o gli uccelli di hitchcockiana memoria. La particolarità di questo grande occhio fotografico che attraverso il time-lapse rimanda ad altri spazi e tempi, è quella di spostare l’azione in una dimensione altra dove prende vita la sfera tridimensionale di emozioni che scardina la storia dal suo vissuto sospendendola nel tempo. Livermore contestualizza la tragedia eschilea a cavallo tra le due Guerre Mondiali, come suggeriscono gli eccellenti costumi di Gianluca Falaschi che restituiscono un’allure d’antan all’ambientazione, facendo riferimento ai totalitarismi del Novecento con le folle acclamanti ma sviluppando anche una narrazione astorica. Il tempo che si dilata e accelera, grazie ai tableau vivant e ai movimenti rallentati alla Matrix, vedono il teatro che a lungo ha foraggiato il cinema prenderne in prestito i linguaggi. D’altra parte non è mistero che Livermore sia da sempre interessato a plasmare una sua grammatica. Partendo dall’opera d’arte totale arriva al suo modo di fare teatro: il tema del doppio con le due Ifigenia che si alternano in scena, lo specchio di psicanalitica memoria, i contrasti delle immagini e la presenza imponente della musica.

Cassandra (Linda Gennari) | Ph. Michele Pantano

LA SETTIMA ARTE. Cantante d’opera oltre che regista, Livermore ha sempre trovato nella musica classica la sua comfort zone, da qui la presenza in scena dei due eccellenti pianisti: Diego Mingolla e Stefania Visalli, che restituiscono la raffinatezza barocca di Monteverdi inframmezzata da assoli rock e improvvisazioni jazz, sostenendo in molti passaggi anche la recitazione del coro, la cui voce è spesso distorta. I suoni sordi, i battiti cardiaci accelerati tengono desta l’attenzione e il ritmo dello spettacolo, contribuendo alla creazione di un clima tetro. Come spesso accade poi nel teatro livermoriano, sia di prosa sia di lirica, c’è un continuo protendere all’arte cinematografica, non solo citata ma anche creata ad hoc come nel video del ritorno a casa di Agamennone e Cassandra su un ultraleggero alla Aviator, che spiazza lo spettatore. Talvolta si eccede? Di sicuro, come per gli spettacolari ringraziamenti, ma non accade tutti i giorni di vedere la platea in piedi per una tragedia del 458 a.C. A Livermore, con i suoi eccessi e le sue originalità, va dato atto che riesce a coinvolgere completamente lo spettatore 2.0, spesso in balia di stimoli esterni. Questo spettacolo, comunque lo si veda, è un’ulteriore prova che si può parlare un linguaggio nuovo. Se poi aggiungiamo l’immortale poesia di Eschilo, tradotta magnificamente da Walter Lapini, beh il gioco è fatto.


IL CAST

Sax Nicosia (Agamennone), Laura Marinoni (Clitennestra), Stefano Santospago (Egisto), Linda Gennari (Cassandra), Maria Grazia Solano (Sentinella), Olivia Manescalchi (Messaggero), Gaia Aprea (Corifea), Maria Laila Fernandez, Alice Giroldini, Marcello Gravina, Turi Moricca, Valentina Virando (coro), Carlotta Messina e Maria Chiara Signorello (Ifigenia), Margherita Vatti (Elettra), Giuseppe Fusciello (Oreste), Diego Mingolla e Stefania Visalli (pianisti). Le scene sono di Livermore e Lorenzo Russo Rainaldi, video design D-Wok, i costumi di Gianluca Falaschi, le musiche di Mario Conte, il disegno luci di Antonio Castro, regista assistente è Giancarlo Judica Cordiglia, costumista assistente Anna Missaglia.

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