Un gioco di sguardi. Un incrocio fatale. Un controverso e inesauribile abbraccio. Non sempre vita e letteratura parlano la stessa lingua. Ma che si avvicinino così tanto fino al punto di confondersi l’una con l’altra, o che si rifuggano vicendevolmente, il loro destino è quello di essere inseparabili compagne. Pellegrine in viaggio sullo stesso, tortuoso cammino. Non è forse vero che la vita riempie i versi dei poeti? Che guida la mano e lo scalpello degli scultori? Che accorda gli strumenti dei musicisti? E, di contro, non sono forse i meravigliosi frutti dell’arte, le fatiche di ingegni sublimi, gli attimi di bellezza gratuita a riempire i silenzi della vita? Ad incidere nel vuoto della tristezza e della miseria degli eventi un senso che va al di là del tempo? Per tale ragione il vero artista si agita a metà del guado, tra le scie e le sfumature che le due dimensioni continuamente producono. Nel novero delle figure degne di questo titolo, nonostante il suo nome sia sostanzialmente andato perduto negli anni, andrebbe inclusa quella di Vito Mercadante, poeta dialettale tra i più illustri della sua generazione, a cui il grande Ignazio Buttitta non esitò a riconoscere i gradi di precursore per via del suo stile e della sua sensibilità. Mercadante, tuttavia, fu più che un valido letterato da riscoprire. Fu un instancabile lottatore. Un irriducibile paladino degli ultimi. Un malinconico ma cocciuto sognatore, convinto che il mondo potesse cambiare con la forza delle idee.

Non è un caso, infatti, che il ricordo dello scrittore originario di Prizzi sia stato consegnato alla storia – e alla critica recente che tenta affannosamente di diradare le nubi dell’oblio – come quello di “poeta sindacalista”, un po’ filosofo, un po’ anarchico, un po’ tenero e straziato amante. Affascinato dal socialismo di Sorel, fu il fondatore, a Palermo, del Gruppo Sindacalista Rivoluzionario. Ma la sua fama, ben presto, varcò i confini isolani: dapprima per la frequenza con cui soleva scendere in campo al fianco dei lavoratori in protesta, soprattutto di quelli legati al comparto delle ferrovie. In secondo luogo, per l’impegno civile e morale che riversò a Palermo all’indomani della Prima guerra mondiale: a capo della cooperativa edilizia Panormus, si preoccupò di far fiorire nel capoluogo diversi edifici in stile Liberty. Un impegno che di certo non fu ben visto dal regime fascista, contro il quale Mercadante si spese con coraggio e determinazione. Emblematico, in questo senso, un aneddoto relativo a una importante proposta che il regime fece pervenire al poeta. Attraverso l’allora ministro Edmondo Rossoni, fu prospettata allo scrittore siciliano la possibilità di diventare Sottosegretario all’Agricoltura. La risposta, risultato di un’integrità che mai avrebbe accettato di scendere a patti con gli oppressori, fu brillante e inattesa: Rossoni, che si era recato di persona presso l’abitazione di Mercadante, si ritrovò, in una stanza, sommerso da garofani rossi e braccato da numerosi ferrovieri che erano stati licenziati dal regime. Fioccavano, nel frattempo, le grandi opere: raccolte poetiche come L’omu e la terra (1908) e soprattutto Focu di Muncibeddu (1910), commedie come Mastru Mircuriu (1927) e resoconti storiografici come Lu sissanta (1910). Spazi di umanissima riflessione, di cose perdute e cose rincorse, di sentimenti soffusi e sofferenti che prendono il posto dell’agonismo e della ribellione. Come quelli dedicati all’amata scomparsa in Cu’ sa qual è la magghia di la fini!: «Sta giuvintù la dugnu a la me zita. Ci dugnu lu me cori e la me vita. Catina senza rosi e tutta spini. Cu’ sa qual è la magghia di la fini!». O come quelli rivolti alla precarietà del mondo contadino, che disperatamente si aggrappa alle proprie millenarie radici per sopravvivere ai soprusi e alle accelerazioni della storia.

Fu forse questa la grande dote di Mercadante. Saper galleggiare tra le pieghe della storia. Non accettando mai passivamente le condizioni imposte da altri, sognando un movimento a ritroso correndo in avanti, coniugando il carnale difetto della rassegnazione con l’utopistico desiderio del salto nel buio. Saper vestire i panni dell’intellettuale guerriero. Indossare, contestualmente, il costume da Don Chisciotte e quello più riservato del cantastorie. Aver aperto alla poesia dialettale siciliana le porte del mondo.

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