Nel 1981 Salvo Ladduca, anima del progetto Nazarin, aveva 6 anni. Quanti ne ha adesso suo figlio Elia. Ed al 1981, titolo dell’album in uscita il 25 giugno, Ladduca risale oggi con la mente e «con una telecamera stile François Truffaut per rivedere quello che ero io a 6 anni e come mio padre si accostava a me, con la stessa dolcezza con cui io mi avvicino al mio bambino». Accompagnandolo nelle strade multietniche del centro storico di Catania, mostrandogli le luci e le ombre della città che ha sognato sin dal 1981 quando viveva a Mussomeli.

«Proprio quell’anno fui travolto da Bandiera Bianca di Franco Battiato», ricorda. «Fin da bambino ascoltavo musica alla radio. E mi ricordo che anche la radio del paese trasmetteva Battiato, Dalla, Gianfranco Manfredi, De André, De Gregori. Battiato e poi l’Etna alimentarono in me il mito di Catania».

Sotto il vulcano il musicista nisseno mette definitivamente radici nel 2013. Dopo l’avventura con l’Arsenale di Cesare Basile, l’occupazione del Teatro Coppola, cinque album come Marlowe e l’esordio da Nazarin con La mattanza dei diavoli, disco osannato dalla critica. E, soprattutto, dopo la nascita del piccolo Elia. E da lì comincia la storia di 1981, dal giorno in cui Salvo e la sua ex compagna decisero di chiamare Elia il nascituro. «Eravamo in gita a Bronte per vedere il Castello di Nelson», sorride. Proprio la “capitale del pistacchio” dà il titolo al brano che apre l’album e che, con il suono del kamancheh dell’iraniana Rana Shieh, ci introduce nel quartiere in cui l’artista ha piantato le tende, «fra i colori della pescheria e della fiera, ma anche fra gli store degli arabi e i barboni che vivono sotto il ponte della Villa Bellini», passeggiando fra bellezze sotto “un cielo di ferite, di aborto, di crack” come canta nella conclusiva Domani si parte.

Salvo Ladduca con i suoi Nazarin si muove tra bettole, Focault e Garimberti. Porta il vento caldo e arido del deserto fra le rifrazioni spettrali della metropoli. Descrive un panorama sociale e umano che gronda realismo, desolazione ed amarezza. Racconta la degenerazione di una società «assorbita dai social» e denuncia «l’inganno della storia dell’uomo». È poesia sussurrata, quella di Ladduca, un recitar cantando che trasforma i brani in un’elegia dai toni evocativi e drammatici, che diventa talkin’ blues nella filastrocca di Girotondo. Soltanto in Aspettando l’alba, quando i Depeche Mode incontrano l’anima folk dei Nazarin, il cantato è un po’ più sostenuto per reggere la sfida con le chitarre distorte.

Quello di Ladduca è un songwriting americano. Tom Waits, Nick Cave, Velvet Undergound, Sparklehorse hanno lasciato una impronta. Che si avverte in canzoni straordinarie come la tormentata Per averti sul cuore, lenta, ipnotica, segnata dal lamento di una steel guitar. O in Artaud al macello, storia di coltelli e di sortilegi, che sfiora il capolavoro nell’assolo di sax, straziante, emozionante, catartico. Non mancano echi di Cesare Basile, amico e complice dei Nazarin. Né di Giovanni Lindo Ferretti: «I Csi sono stati uno dei miei gruppi preferiti, l’album Tabula Rasa Elettrificata mi ha cambiato la vita ed ha influenzato il mio modo di propormi». E riaffiora Battiato: in Davanti agli occhi e nel finale di Genesi. «Quando è morto, ho risentito l’abbraccio con cui mi accolse una sera alla presentazione di un libro», racconta Ladduca. «Non ci eravamo mai incontrati prima, ma quando mi vide avvicinarmi, lasciò le signore con le quali si stava intrattenendo e mi abbracciò. Io gli diedi il mio disco La mattanza dei diavoli e lui mi promise: “Lo ascolterò”».

Nazarin per un giorno sono stati Mauro Ermanno Giovanardi, voce in Artaud al macello, Paz De Fina (programmazioni, chitarre), Michele Musarra (basso, tastiere, theremin), Pierpaolo Latina (tastiere), Max Pontrelli (pedal steel guitar), Roberto Romano (sax). Mentre continueranno la loro esperienza con Salvo Ladduca in tour Enzo Ruggiero (basso), Marcello Caudullo (chitarra) ed Enzo Velotto, batterista e, sopratttutto, deus ex machina della ViceVersa, l’etichetta siciliana specializzata in rari gioielli musicali come questo 1981. Prime date in programma, il 30 luglio a Valderice, l’indomani al Mojo di Agrigento, l’8 agosto al Mono di Catania.

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