Il castello di Naro e il mistero delle tre cinte: quando una fortezza diventa un simbolo

Sulla sommità della città in provincia di Agrigento, tra memoria normanna, architetture aragonesi e tracce della potente famiglia Chiaramonte, una fortezza custodisce tre enigmatiche incisioni. Potrebbero essere tavolieri per un gioco antico, segni apotropaici o la memoria di un significato oggi perduto

A Naro, in provincia di Agrigento, esiste un dominatore incontrastato: il castello che, dall’altura su cui è ubicato, ne custodisce in qualche modo l’ingresso. come se ne custodisse ancora oggi l’ingresso. Anticamente il colle veniva chiamato Monte Agragante, poco distante dai resti dell’antica cattedrale normanna, e la sua posizione racconta già molto della funzione che ebbe nei secoli: controllo, difesa, ma anche prestigio e potere. La fortificazione, probabilmente già esistente durante la dominazione araba della Sicilia, fu ampliata e trasformata in epoca normanna e aragonese. Nel Trecento divenne possedimento dei Chiaramonte, una delle famiglie più influenti della Sicilia, e proprio a questa lunga stratificazione si deve l’aspetto del complesso oggi visibile. Le mura racchiudono un grande cortile e sono scandite da torri cilindriche e quadrangolari. All’interno si trovavano gli alloggi della guarnigione, la cappella e le scuderie; al centro del cortile un pozzo nasconde una grande cisterna, utilizzata in alcuni periodi anche come prigione. In caso di attacco, la fortezza poteva offrire rifugio anche agli abitanti delle campagne circostanti.

Tra gli ambienti più suggestivi c’è la grande Sala del Principe, ricavata nella torre quadrata voluta da Federico III d’Aragona. La sala, coperta da una volta a botte a sesto acuto, conserva due eleganti bifore gotiche e frammenti di affreschi attribuiti a Cecco da Naro. Dalla sommità della torre lo sguardo abbraccia un vasto tratto della Sicilia meridionale, dal Canale di Sicilia all’entroterra, arrivando nelle giornate più limpide fino all’Etna. Ma il dettaglio più curioso del castello non si trova necessariamente nei suoi grandi ambienti. Bisogna scendere a una scala molto più piccola, quella di un’incisione nella pietra.

TRE QUADRATI. Al pian terreno, dopo aver attraversato il cortile, una porta interna quasi di fronte all’ingresso principale presenta sugli stipiti tre figure geometriche. Sono le cosiddette Triplici Cinte: tre quadrati concentrici – qui ben descritti da Ignazio Burgio – attraversati da linee che formano una croce. Il primo esemplare, sullo stipite destro, è il più preciso. Ai suoi angoli compaiono piccoli fori, particolare che ha fatto pensare a un possibile utilizzo come tavoliere da gioco. La figura ricorda infatti uno schema utilizzato per il filetto, gioco conosciuto in epoche e culture diverse. Ma c’è un problema: il simbolo è oggi in posizione verticale. Se fosse stato utilizzato come tavoliere, avrebbe dovuto trovarsi su una superficie orizzontale. È quindi possibile che il blocco di pietra sia stato reimpiegato e che originariamente si trovasse altrove. Non si può tuttavia escludere che il disegno sia stato inciso direttamente sulla parete, con una funzione diversa da quella ludica. Gli altri due esemplari rendono la questione ancora più interessante. Il secondo è tracciato in maniera più sommaria, con un tratto sottile e irregolare, apparentemente da una mano diversa. Il terzo, sullo stipite opposto, è molto più consumato, ma conserva la struttura dei tre quadrati. Anche in questi casi la posizione e le caratteristiche dell’incisione rendono poco convincente l’ipotesi di un semplice tavoliere. Tre simboli, dunque, forse realizzati da persone diverse e forse in momenti diversi. Ma per quale motivo?

La Triplice Cinta sembra riprodurre la stessa idea in forma geometrica: tre barriere successive che convergono verso un centro. Che fosse un gioco, un segno apotropaico o la traccia di una tradizione di cui abbiamo perso il significato, quelle incisioni raccontano comunque una storia diversa da quella dei sovrani e delle grandi famiglie feudali

UN SEGNO ANTICO. La Triplice Cinta è diffusa in numerosi luoghi d’Italia e d’Europa: compare su edifici religiosi, castelli, piazze e persino nelle antiche carceri. Il censimento condotto negli anni dalla studiosa Marisa Uberti e dal Centro Studi Triplice Cinta ha permesso di documentarne una presenza particolarmente ampia. Il suo significato originario, però, non è stato chiarito in maniera definitiva.

Una delle interpretazioni la collega alla sfera sacra e alla rappresentazione dello spazio e dell’orizzonte, con possibili riferimenti ai punti cardinali e al movimento del sole. Altri studiosi hanno accostato la figura al labirinto, del quale i tre quadrati potrebbero costituire una rappresentazione geometrica semplificata. Un’altra lettura, molto suggestiva, vede invece nelle tre cinte la rappresentazione dei tre livelli cosmici delle antiche religioni: il mondo sotterraneo, quello degli uomini e della natura e infine la dimensione celeste. Sono interpretazioni, non certezze. La stessa diffusione del simbolo attraverso epoche e contesti differenti suggerisce che la sua funzione possa essere cambiata nel tempo. In Sicilia esiste anche un caso particolarmente interessante nella Valle dello Iato, dove alla base del monumento noto come “U Campanaru” compare una figura composta da quattro quadrati concentrici. La sua datazione è discussa, ma ne è stata ipotizzata un’origine nella Tarda Età del Bronzo e un possibile rapporto con l’orientamento solare della struttura. Un elemento che testimonia quanto antica possa essere la fortuna di questa particolare geometria, senza però permettere di stabilire un collegamento diretto con le incisioni di Naro.

COSA C’ENTRA LA SCARAMANZIA? Una delle interpretazioni più affascinanti riguarda la funzione apotropaica, cioè protettiva. In questa prospettiva la Triplice Cinta non sarebbe stata semplicemente una figura geometrica o un passatempo, ma un segno destinato ad allontanare il male e a portare protezione e buon auspicio. A Naro questa ipotesi acquista un fascino particolare per la collocazione delle incisioni. Si trovano infatti su una porta, dunque su una soglia. E la soglia è per definizione un confine: separa due ambienti, ma consente anche di passare dall’uno all’altro. È uno spazio di transizione che, in molte culture, ha assunto anche un valore simbolico. La stessa geometria della Triplice Cinta sembra suggerire un’idea analoga. Tre quadrati racchiudono progressivamente uno spazio centrale, come una serie di barriere che proteggono ciò che si trova al loro interno. È impossibile dire se fosse davvero questo il significato attribuito alle incisioni del castello. Ma il parallelismo con l’architettura della fortezza è suggestivo. Anche il castello, infatti, è costruito per successione di confini: una cinta esterna racchiude il cortile, il cortile introduce agli ambienti interni e questi conducono verso il cuore più protetto della struttura. Le mura non servono soltanto a difendere: stabiliscono una distinzione tra il dentro e il fuori. In questo senso, la Triplice Cinta potrebbe essere vista come una sorta di piccola fortezza simbolica: tre limiti concentrici intorno a un centro.

L’ENIGMA DEI PRIGIONIERI. Esiste poi una possibilità molto più vicina alla storia recente dell’edificio. Il castello di Naro è stato utilizzato a lungo come carcere e sulle sue pareti sono presenti altri graffiti. Non è quindi da escludere che almeno alcune delle incisioni siano state realizzate proprio dai prigionieri. Il primo simbolo, quello più accurato e dotato dei piccoli fori, potrebbe essere stato utilizzato per giocare. Gli altri due, più rozzi e meno compatibili con un tavoliere, potrebbero invece avere avuto una funzione simbolica. Ma anche questa ipotesi non risolve tutto. Non sappiamo se i blocchi fossero stati incisi nella loro posizione attuale oppure se fossero elementi di reimpiego. Nel primo caso diventerebbe più plausibile una funzione protettiva o rituale; nel secondo, quella ludica tornerebbe a essere una possibilità concreta. La verità potrebbe essere anche più semplice: persone diverse, in epoche diverse, potrebbero aver attribuito allo stesso simbolo significati differenti.

UN MONDO DENTRO UN MONDO. È forse proprio questa incertezza a rendere preziose le tre Triplici Cinte di Naro. Il castello è già, per sua natura, un luogo costruito intorno al concetto di confine. Mura, torri e porte proteggono uno spazio interno e separano chi sta dentro da chi rimane fuori. La Triplice Cinta sembra riprodurre la stessa idea in forma geometrica: tre barriere successive che convergono verso un centro. Che fosse un gioco, un segno apotropaico o la traccia di una tradizione di cui abbiamo perso il significato, quelle incisioni raccontano comunque una storia diversa da quella dei sovrani e delle grandi famiglie feudali. Sono la possibile testimonianza di chi, nei secoli, ha vissuto il castello quotidianamente: soldati, abitanti, visitatori, prigionieri.

E così, accanto alla grande architettura della fortezza, rimane un piccolo enigma inciso nella pietra. Tre quadrati uno dentro l’altro. Tre confini. Un centro. Forse non sapremo mai che cosa volesse proteggere chi li tracciò. Ma è proprio quel centro, ancora oggi indecifrato, a rendere le Triplici Cinte del castello di Naro una delle sue tracce più curiose.

(In copertina: Ph. WikiCommons)

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