“Di là del mare”: Verga, un amore sfumato e la società delle felicità incompiute
La conclusione della raccolta “Novelle rusticane” ha un che di spiazzante: apparentemente lontana dai toni veristi che gli sono consueti, in “Di là del mare” l’autore isolano mette in scena un amore impossibile, tra due amanti separati dalle convenzioni sociali, dalla cesura della libertà in nome del guadagno. Dietro una scrittura insospettabilmente armonica, sentimentale, si nasconde una dura realtà: quella di un mondo in cui c’è più spazio per il rimpianto che non per il coraggio di vivere
Possiede un certo fascino, almeno in termini letterari, l’incompiuto. La sospensione senza risposta, che si proietta nello spazio infinito della congettura, del “come sarebbe andata se…”. Ci permettono, certe voluttuose cesure della narrazione, di rimanere aggrappati ai personaggi che a lungo abbiamo scrutato, al loro senso di insoddisfazione, di disillusione. Quasi come se potessimo inseguirli anche al di là dell’opera in cui l’autore li ha confinati, oltre quelle pagine che non sono state sufficienti per condurli ad un destino senza ambiguità. E forse anche in questo, nell’eterna distensione delle loro traiettorie senza meta, risiede il fascino di certe, malinconiche storie. Che accennano appena, senza mai poter apporre un sigillo definitivo; che suggeriscono, sussurrano, ma non possono affermare con prepotenza la loro esistenza. Nell’ansia, nell’anelito ad assumere consistenza, certi intrecci lasciano dietro di sé un amaro incanto, una sublime sensazione di vuoto. Specie se le sfumature del racconto hanno a che fare col tema amoroso. Perché, in fondo, cosa c’è di più incompiuto, di più inclassificabile dell’amore? Quale specchio, in bilico sul crinale tra inganno e salvezza, può meglio rispecchiare la complessità delle umane sorti? Si annida lì, nei non detti trattenuti con disperazione, negli sguardi costretti a cedere alla lontananza, il fulcro di una nostalgia incurabile, che lascia interdetti, affamati di sapere, in una smarrita corresponsione di sensi con le figure di carta che ci sono dinanzi, in uno spazio sottile, impercettibile, dove la realtà e la finzione finiscono per collimare. Di quella stessa nostalgia, talvolta, è possibile scorgere le tracce nelle situazioni meno attese. Nell’immaginario di scrittori che di rado ci lasciano sbirciare nella loro più recondita interiorità. Che eccezionalmente cedono alla tentazione di raccontare sé stessi attraverso l’espediente narrativo. Uno di questi, senza dubbio, è Giovanni Verga. Il quale, nel 1883, a conclusione della celebre raccolta Novelle rusticane – forse desideroso di dare vita ad un affresco riassuntivo ma peculiare della propria poetica, forse rassegnato a non poter regalare niente più che un omaggio d’inchiostro alla sua amata Giselda Fojanesi – pose il racconto Di là del mare: una vicenda che spiazza, che riempie il cuore di dolcezza e disillusione, apparentemente aliena alle tinte veriste dello scrittore catanese. Uno spaccato di vita e di sentimento, che indulge in insolite, suggestive descrizioni emotive. E che, tuttavia, non tradisce la natura di un animo che non sa approdare verso i lidi della felicità.
È certamente significativo che la novella si apra su una nave, nel bel mezzo di un mare che conosce soltanto la compagnia della luna. I due amanti attorno al quale ruota la vicenda stanno, infatti, per separarsi: lei costretta a tornare da un marito che non ama, frutto di un’imposizione burocratica, patrimoniale; lui condannato a ripiombare nella sua consueta solitudine. Solo il mare, per l’appunto, può suggellare quell’effimera unione, può rallentare il tempo del distacco. «Prima di separarsi stettero un altro po’ sull’uscio della cabina, al chiarore vacillante della lampada che dondolava. Il cameriere, rifinito dalla fatica, dormiva accoccolato sulla scala, sognando forse la sua casetta di Genova. A poppa il lume della bussola rischiarava appena la figura membruta dell’uomo che era al timone, immobile, cogli occhi fissi sul quadrante, e la mente chissà dove. A prua si udiva sempre la mesta cantilena siciliana, che narrava a modo suo di gioie, di dolori, o di speranze umili, in mezzo al muggito uniforme del mare, e al va e vieni regolare e impassibile dello stantuffo. Sembrava che la donna non sapesse risolversi a lasciare la mano di lui. Infine alzò gli occhi e gli sorrise tristamente: — Domani! sospirò. Egli chinò il capo senza rispondere. — Vi ricorderete sempre di questa ultima sera? Egli non rispose. — Io sì! — aggiunse la donna». Ma l’eco di quell’autenticità, di quel soffio delicato che sa di sogno, di utopia, non può essere ignorato. Trascorrono i mesi, le stagioni, senza che la fiamma proibita possa estinguersi. Una lettera, un sospiro di sorpresa, di sollievo, e poi di nuovo insieme, come bimbi che si rincorrono in un verdeggiante alternarsi di vigne, incuranti del cielo brontolante d’autunno. A scambiarsi promesse che hanno il solo difetto dell’ingenuità: «A piedi, tenendosi a braccetto, andarono a raggiungere la piccola stazione vicina, perduta nella pianura deserta. Non lasciarsi più! Che gioia sterminata e trepida! Andavano stretti l’un contro l’altro, taciti, come sbigottiti, per la campagna silenziosa, nell’ora mesta della sera. Degli insetti ronzavano sul ciglione del sentiero. Dalla terra screpolata si levava una nebbia grave e mesta. Non una voce umana, non un abbaiare di cani. Lontano ammiccava nelle tenebre un lume solitario. Finalmente arrivò il treno sbuffante e impennacchiato. Partirono insieme; andarono lontano, lontano, in mezzo a quelle montagne misteriose di cui egli le aveva parlato, che a lei sembrava di conoscere.
Per sempre!».
Il frutto di quell’amore, però, non può che appassire. Tornare subordinato all’iniquo ordine morale e sociale che lo osteggia. Un avviso minaccioso, quasi più mimato che pronunciato, irrompe nell’agreste parentesi della coppia. A nulla la trascinante passione che li ha condotti fin lì può servire dinanzi alla meschina prosaicità delle convenzioni: «Al momento di lasciarlo pianse tutte le sue lagrime che egli bevve avidamente; ma partì. Chissà quante volte si rammentavano ancora di quel tempo, in mezzo alle ebbrezze diverse, alle feste febbrili, al turbinoso avvicendarsi degli eventi, alle aspre bisogne della vita?». Il Carnevale, con la sua vorticosa capacità di sovvertire la normalità per qualche frangente, concede agli sventurati amanti un ultimo incontro. Mani nelle mani, un ennesimo giuramento procede dalle loro labbra stanche. E uno sguardo che sa di resa. Che professa amore, ma che, al tempo stesso, si stranisce per la sua diversità. Ciò che hanno condiviso appare consunto, sfiorito. Come se le maschere carnevalesche fossero diventate la loro perenne prigione. È il preludio ad un addio. Senza appello, questa volta. Il trionfo determinista di un infame realismo. «Ella partiva l’indomani col primo treno. Gli aveva detto: — Bisogna che vada con lui! — Anch’egli aveva ricevuto un telegramma che lo chiamava lontano. Su quel foglio ella aveva scritto Per sempre, e una data. La vita li ripigliava entrambi, l’una di qua e l’altro di là, inesorabilmente. La sera dopo anch’esso era alla stazione, triste e solo. Della gente si abbracciava e si diceva addio; degli sposi partivano sorridenti; una mamma, povera vecchierella del contado, si strascinava lagrimosa dietro il suo ragazzo, robusto giovanotto in uniforme da bersagliere, col sacco in spalla, che cercava l’uscita di porta in porta.
Il treno si mosse. Prima scomparve la città, le vie formicolanti di lumi, il sobborgo festante di brigatelle allegre. Poi cominciò a passare come un lampo la campagna solitaria, i prati aperti, i fiumicelli che luccicavano nell’ombra. Di tanto in tanto un casolare che fumava, della gente raccolta dinanzi a un uscio. Sul muricciuolo di una piccola stazione, dove il convoglio si era arrestato un momento sbuffante, due innamorati avevano lasciato scritto a gran lettere di carbone i loro nomi oscuri. Egli pensava che anch’essa era passata di là il mattino, e aveva visto quei nomi».
Proprio alla fine, mentre i due amanti vagano come ombre in preda allo sconforto, si svela la fedeltà di Verga a sé stesso. Dietro l’insolita armonia del periodare, dietro la soffusa eleganza dei termini, l’autore isolano cela il ritratto spietato di una società in cui seguire le aspirazioni del cuore è una colpa imperdonabile, uno scandalo da circoscrivere a qualche vaga, lontana nottata. Dove il prezzo di un istante di gioia è una vita di rimpianti. Dove la possibilità di qualcosa di diverso è confinate al di là dell’orizzonte. Nel punto in cui il mare, forse, ha fine pure lui.
(Immagine in copertina generata con GeminiAI)

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