Il filo che lega i nonni e l’infanzia: Addamo e i ricordi di una Sicilia passata

Nel racconto “Il vecchio e i palloni” lo scrittore catanese rievoca le memorie di un paese come tanti nella storia dell’isola in cui rivivono gesti semplici, tradizioni ormai in declino come la produzione artigianale dell’olio e spazi di condivisione come le strade e i cortili, in cui giovani e anziani trascorrevano le giornate in condivisione di saperi e di emozioni

Poche cose, come i ricordi, giacciono in una contraddittoria percezione di transitoria definizione. Possono risalire a tempi indefiniti, eppure mostrarsi con mirabile nitidezza. Si nascondono tra le pieghe dell’inconscio, salvo poi riaffiorare turbinosamente. Ci rimettono in contatto con luoghi perduti, con persone che la vita ha condotto su differenti sentieri: ci permettono quasi di toccarle, di sentirle sensorialmente. Ma poi, con la stessa velocità con cui le hanno presentate alla nostra mente, svelano il velo di illusione che le avvolgeva. Forse, in fondo, la natura del ricordo altro non è che questa: quella di un punto mediano che rimane sospeso, troppo vicino per essere messo lucidamente a fuoco, troppo lontano per essere afferrato. Eppure, nonostante la sua insita fuggevolezza, il ricordo sa bene come cristallizzare sé stesso. Come resistere, come tratteggiare continuamente volti e parole senza nome. Perfino, e soprattutto, quando si tratta delle memorie d’infanzia, o di quelle legate alla giovinezza. Quegli istanti topici, rimasti aggrappati al nostro sé a dispetto della mutevolezza dell’età, che sanno di antico e di confortevole. Ricordi che spesso hanno a che fare con i nonni, o con zii teneramente bizzarri, con cortili affollati e rumorosi così come con orti e giardini carichi di quiete. In quelle giornate che, a posteriori, si sarebbero rivelate lezioni di vita, spensierate parentesi di serena curiosità. Dove anche incontri incidentali, o consuetudini apparentemente incomprensibili, rivelavano il loro valore. Di questi frammenti di passato, e in particolare di quelli che tante generazioni di siciliani hanno condiviso, la scrittura di Sebastiano Addamo è stata eccelsa narratrice. Attraverso l’ampio respiro dei romanzi, certo, o l’ellittica magia della poesia, ma anche con la brevità di racconti che spesso appaiono come dei malinconici bozzetti. Come vividi ritratti di una storia comune nella quale potersi immergere. Uno di questi è Il vecchio e i palloni (1989), in cui lo scrittore catanese, rievocando le strade e gli odori di un paese dai contorni bucolici, non soltanto riflette sull’importanza formativa di un intreccio generazionale, ma offre anche il suo personale racconto di un uomo che, simbolicamente, incarna la bellezza e la fatica dei tempi che non ci sono più.

Sono gli di un adulto navigato, quelli di Addamo, mentre retrospettivamente riflette sul bagaglio di emozioni e di suggestioni che la prima fase della sua vita gli ha lasciato in eredità. Ma sono anche, ancora, gli occhi un bambino meravigliato, che non teme di calarsi nei misteri dell’esistenza, nelle domande semplici ma cariche di significato. Gli occhi che osservano viandanti senza curarsi troppo del loro destino, gli occhi che fotografano gesti sempre uguali, sempre ritmati, cogliendone appena l’ancestrale provenienza. Si fondono nel raccontare, queste due anime, come se si fossero improvvisamente ritrovate allo specchio dopo anni di sguardi distanti: «L’infanzia, a farci, è piena di vecchi. Intanto ci sono i nonni, e sono quattro. Poi ci sono gli zii, sembrano anch’essi vecchi. poiché danno consigli, ma soprattutto nel senso dell’adempimento. Poi ci sono gli amici dei nonni, stanno a guardare il tempo che passa, si mettono davanti al sole che tramonta, fumano contornando il selciato di larghi sputi, socchiudono gli occhi e non si sa se dormano o meditano. Ma non dormono, sono vigili e astuti, perché a un piccolo rumore aprono gli occhi, sembrano sorpresi e addirittura spaventati, invece sono pronti a rimproverare, bizzosi e irritati». Non è invadente, tuttavia, la presenza adombrata dei grandi. È parte del corso naturale delle cose, quasi rassicurante garanzia di crescita personale. È la radice che ti inchioda ad un’identità, quando la forza centrifuga delle circostanze, delle difficoltà, si fa veemente: «La vita comincia con questa saggezza degli adulti, finisce con la propria saggezza. Ma non si sa, o si viene a sapere solo dopo quando è tardi. La saggezza lo scacco dell’esistenza, il cumulo degli anni che diventa memoria, questa che rincorre sé stessa, continua fuga che si stampa allampanata come un film che gira a ritroso. Si resta davanti all’immagine, ma perché non c’è dove andare. Sopra l’infanzia si sporge il volto grinzoso della vecchiaia, la voce rauca e cavernosa. Crescere significa diventare vecchi. Qualcuno diventa pure pazzo. Ce n’era uno al mio paese. Il mio paese a volte si riempiva di odori: di miele, di zagara, in autunno c’era quello rugoso delle cotogne, quello dolciastro delle carrube, o quello lento e vischioso dell’olio nei giorni di trappìto.». Vivono quasi parallelamente, infanzia e vecchiaia: legate a doppio filo da saperi che si trasmettono, da cure che si riversano. Iniziano e finiscono l’una nello spazio dell’altra, anche quando la loro convivenza sembra materialmente conclusa. Anche quando lo scambio è indiretto, certe volte persino fatale. Come quello testimoniato da Addamo con il riservato coltivatore al quale il paese aveva attribuito una qualche forma di stranezza. Solo perché, lasciato dalla moglie, aveva rinunciato ad ogni ambizione che non fosse quella della pace. «Questo vecchio di cui parlo, il pazzo, in verità pazzo lo era stato da sempre, anche da giovane, tanto che la moglie lo aveva lasciato, se ne era andata con uno che girava le fiere, vendeva noccioline e caldarroste. Il paese le aveva dato ragione poiché il marito non voleva figli, diceva che non voleva dare altra carne alla terra. E soprattutto non voleva lavorare. Aveva un pezzo di terra che lasciava incolta tranne una parte dell’orto e qualche albero da frutto.  “Il poco mi basta, il molto mi sopravanza”, pare fosse una frase da lui sempre ripetuta. Un’altra parte, era riservato ad un oliveto, che era piccolo ma molto curato. Il resto della terra era per gli animali: diverse capre, qualche mucca, un asino, molti cani».

Nel ripetersi quasi scientifico delle sue abitudini, il vecchio del paese si era tramutato, progressivamente, nel simbolo di qualcosa che bisognava custodire. Di un’autenticità che il tempo avrebbe prima o poi spazzato via, come fa il vento con le nuvole. Nella pratica contadina della produzione dell’olio, nella manualità spigolosa ma estremamente precisa, Addamo incastona così una concezione del vivere e una Sicilia dai contorni idillici. E sempre più radi: «Lo chiamavano, dalle aie, lo invitavano a farsi una giornata di paga. Nemmeno rispondeva. Non lavorava, se il lavoro se il lavoro è prestare la propria forza in cambio del salario. Lavorare invece per sé, ma questo non lo considerava lavoro. “Passo il tempo” diceva. In questo passare il tempo era riuscito a costruirsi una casa; una specie di casa. Il suo oliveto non conosceva buone o cattive annate, poiché lui lo curava, vi portava l’acqua se era momento di siccità, o copriva le piante con speciali tendoni se il sole a volte era troppo cocente. Aveva i suoi metodi. Come pure per fare l’olio. Usava il procedimento della sbrja, antico e ormai non usato. La sbja è una sorta di asta lunga e piatta che, manovrata, spreme le olive chiuse in un sacco di canapa. Dopo due ore, l’olio, filtrato attraverso la canapa, raccolto nel fondo della madia, viene immesso in un recipiente, ed è limpido, trasparente e terso, mentre il sacco svuotato dei nozzoli rimasti intatti e perfettamente puliti, viene riempito per una nuova frangitura».

Radi, sì, ma non svaniti. Grazie alla letteratura, alla resilienza dei ricordi, alla nostalgia della prossimità. Di un mondo fatto di condivisione: «Si andava da lui quando c’erano malattie. Non voleva soldi, poiché barattava l’olio con altri prodotti. Era pazzo, senza dubbio. Stava solo circondato dai cani; non lavorava, tranne nella stagione dell’olio; non parlava con la gente; non mangiava nemmeno i conigli che pure allevava e che vivevano assieme ai cani».

(In copertina: immagine realizzata con GeminiAI)

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Giornalista, laureato in Lettere all'Università di Catania. Al Sicilian Post cura la rubrica domenicale "Sicilitudine", che affronta con prospettive inedite e laterali la letteratura siciliana. Fin da giovanissimo ha pubblicato sulle pagine di Cultura del quotidiano "La Sicilia" di Catania.

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