I lettori con qualche anno in più sulle spalle, per esperienza diretta, per vaghi ricordi legati all’infanzia o attraverso i racconti dei propri nonni o dei propri genitori, ricorderanno distintamente una delle serie sceneggiate più fortunate di sempre della nostra storia televisiva. Le inchieste del commissario Maigret, infatti, trasponendo alcuni dei grandi romanzi e racconti partoriti dalla brillante penna di Georges Simenon, dal 1964 al 1972 tennero mediamente 15 milioni di italiani davanti alle frequenze di Rai1. Un successo significativo e senza precedenti, che aprì la strada ad altri capostipiti del genere come Il giornalino di Gian Burrasca (sempre nel 1964), Odissea (1968) e Sandokan (1976) e che dimostrò come letteratura e televisione potessero rappresentare un binomio vincente e virale, ancor più se a invadere lo schermo erano casi polizieschi ricchi di suspense e colpi di scena. La geniale idea, subito approvata dall’allora rete unica, giunse dal celebre drammaturgo e sceneggiatore Diego Fabbri. La regia venne affidata a Mario Landi, mentre per il ruolo del protagonista la scelta ricadde su Gino Cervi (che, curiosamente, diede l’addio alle scene proprio nel 1972, anno dell’ultimo episodio in cui Maigret va in pensione). Pochi sanno, tuttavia, che alla genesi e alla fortuna dello sceneggiato contribuì una figura da noi siciliani tanto amata: quell’Andrea Camilleri che, più di trent’anni dopo, avrebbe tratto ispirazione da tale esperienza per dare vita alle vicende di Montalbano.

Incaricato dalla produzione di svolgere l’attività di supervisore, fu proprio lui ad indicare Landi come regista. Ma il suo incontro con l’arte di Simenon, a dire il vero, affondava le radici in un periodo molto anteriore agli anni ‘60: «Il suo primo romanzo – raccontò il Maestro in un’intervista in cui gli fu chiesto di raccontare la sua passione per l’autore belga – fu Romanzo di una dattilografa, pubblicato nel 1928. Mi capitò, ancora bambino, a 6 anni, di leggerlo nel 1931. Già allora, appena esordiente, era molto tradotto all’estero. E proprio nel 1931 arrivò la svolta definitiva con il romanzo Pietro il lettone: la prima apparizione del commissario Maigret». I casi carichi di tensione e talvolta stravaganti approdati sugli schermi italiani fecero il resto. Fu così che, letterariamente, Maigret divenne il padre putativo di Salvo Montalbano: non soltanto per le citazioni esplicite che, ogni tanto, lo scrittore di Porto Empedocle ci ha fornito (quante volte, in riferimento al suo protagonista, è capitato di imbattersi nella formula «prese un romanzo di Simenon e cominciò a leggerlo»?), ma anche per il portamento, la sensibilità, la genialità che i due personaggi condividono. Entrambi, tanto per cominciare, sono dei raffinati buongustai: all’immancabile abitudine di Maigret di inframmezzare le sue indagini con delle visite ai bistrot parigini corrisponde la sacralità con cui il poliziotto siciliano impugna la forchetta davanti ad un piatto cucinato da “Enzo a Mare”; al legame travagliato ma mai spezzato del parigino con la burbera moglie la sofferta lontananza tra Salvo e Livia che, nonostante gli ostacoli, si conclude sempre con un riavvicinamento tra i due; al commissariato in cui i collaboratori di Maigret appaiono talvolta come dei sempliciotti incapaci di stare al passo con le intuizioni del capo all’improbabile Catarella, passando per Fazio e Augello, spesso sorpresi dalla capacità di pensare fuori dagli schemi di Montalbano. Trasponendolo nella ridente e complessa realtà siciliana, Camilleri seppe dare nuova vita ad un modello narrativo che già aveva ampiamente dimostrato le sue potenzialità. Nell’espressione accigliata e pensierosa che Maigret manifesta durante le sue riflessioni affiorano i momenti in cui Montalbano contempla il mare dal suo balconcino o attraversa preoccupato il commissariato fino al suo studio. Negli improbabili interrogatori che il personaggio di Simenon si trova suo malgrado a tenere e che risolve brillantemente con sarcasmo e strategia, rivediamo chiaramente lo “sfunnaperi” di Vigata. Del resto, rivolgendosi a Simenon Jr. in una bella chiacchierata di qualche anno fa, lo stesso Camilleri sentenziò: «Montalbano ha imparato da Maigret».

La serie di romanzi del commissario fu per Camilleri la chiusura di un cerchio. La realizzazione del sogno di un bambino prima e di un giovane poi che nelle vicende di Maigret aveva intravisto la sua vocazione letteraria. «Il mondo di Simenon ti attira dentro la pagina, e dalla pagina ti trasporta misteriosamente, magicamente all’interno della vicenda. Ti capita di finire di essere un lettore e diventare quasi uno spettatore di teatro, e al contempo un attore della recita». Non è forse la stessa forza con cui, acquisendo col tempo una sua identità caratteristica e inimitabile, Montalbano ha conquistato il suo pubblico e dato il là, proprio come Maigret, a tanti figli letterari devoti al padre?

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