A teatro “Misery” muore inseguendo il cinema

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Filippo Dini e Arianna Scommegna sono i protagonisti dell’omonimo romanzo di Stephen King in scena fino a domenica 2 febbraio allo Stabile di Catania

«Misery è un libro sulla cocaina. Annie Wilkes è cocaina. Era la mia ‘fan numero uno’». Sono queste le poche dichiarazioni che Stephen King, maestro dell’horror, rilasciò sul personaggio dell’infermiera psicopatica al centro del suo romanzo, toccando allo stesso tempo un tema delicato come l’uso di sostanze stupefacenti durante il processo creativo. Il successo del thriller, dall’impronta metanarrativa, fu tale che oltre ad aggiudicarsi il Premio Bram Stoker venne portato sul grande schermo dal regista Rob Reiner con l’adattamento di William Goldman, il quale riuscì a costruire una solida scacchiera dove inserire i due protagonisti. Ed è proprio dalla sceneggiatura di Goldman che muove lo spettacolo “Misery”, in scena al Teatro Stabile di Catania fino al 2 febbraio. Prodotta dalla Fondazione Teatro Due-Parma, dal Teatro Nazionale di Genova e dal Teatro Stabile di Torino, la pièce porta la firma registica di Filippo Dini, che veste anche i panni dello scrittore Paul Sheldon, mentre Arianna Scommegna è la sadica Wilkes e Carlo Orlando lo sceriffo McCain.

FISCHIA IL VENTO. La sala è buia, solo i rumori della notte restituiscono l’antefatto della vicenda che in seguito sarà raccontato nei dettagli da Annie. Il famoso scrittore newyorkese, Paul Sheldon, si è ritirato in Colorado per completare il suo ultimo lavoro, quando a causa di una tormenta finisce fuori strada. A ritrovarlo è Annie, che come si scoprirà più tardi è una lettrice accanita della sua saga su Misery Chastain, il personaggio che l’ha reso celebre al grande pubblico. Amorevole, la donna accudisce il suo idolo, costretto a letto a causa delle molteplici fratture, finché non scopre che nell’ultimo romanzo Sheldon ha messo fine alle avventure dell’eroina ottocentesca per dedicarsi a una produzione più cosmopolita. Da quel momento Annie mostra segni di squilibrio mentale dando inizio a un vero e proprio gioco al massacro.

RIMEDIAZIONE. La “Misery” di Dini è uno spettacolo crossmediale che tenta di mimare dimensione filmica, non solo per l’uso del copione cinematografico – in alcuni passaggi modificato – ma anche per l’importanza data alla complessa macchina scenica. Il girevole al centro restituisce una casa dalla prospettiva anomala nella quale i contorni della porta e della grande finestra sono obliqui mentre le pareti conferiscono alla stanza una dimensione triangolare, appropriatamente claustrofobica. La tinta blu delle pareti e la disposizione dei mobili ricordano il dipinto “La camera di Vincent ad Arles”, anche questo scenario della geniale follia di van Gogh. Il lavoro della scenografa Laura Benzi, che firma anche i costumi, è geniale e riesce a ricreare una complessa ambientazione senza cadere nel pericoloso tranello dell’interno borghese permettendo cambi di scena avvincenti e rapidi. Un approccio altrettanto curato anche nei costumi: dal gonnellone blu di Annie, infagottata tra maglioni, cardigan e cappottone, alle garze insanguinate nelle quali è avvolto Paul, per finire con l’iconica uniforme da sceriffo, con tanto di baffi e Ray-Ban, per McCain. Le luci di Pasquale Mari costituiscono una ricercata partitura che infonde la giusta cupezza all’ambiente stimolando l’immaginazione in tutte quelle situazioni che accadono ma che non vediamo, come quando Annie prende la macchina per andare in paese.

TEATRALITÀ. Dini immagina dei personaggi sopra le righe, probabilmente per distaccarsi dalla magistrale interpretazione di James Caan e Kathy Bates, la quale nel 1991 si aggiudicò l’Oscar per la sordida umanità che riuscì a imprimere a Annie. C’è in Dini e nella Scommegna una frenesia nel recitare le battute che sembra un modo per conferire ritmo allo spettacolo senza, però, riuscirci pienamente. Questa edulcorata versione di “Misery” perde completamente di vista il centro del romanzo e della pellicola e sebbene in molti punti, complici rumori e luci, restituisca una dimensione macabra e inquietante, di fatto, finisce per assumere sfumature tragicomiche che smorzano il climax appiattendo la vicenda. Ovviamente mancano i movimenti di macchina: primi piani, dettagli, campi lunghi che mostrano il paesaggio glaciale tutt’intorno e per quanto si cerchino ingegnosi escamotage per riprodurli, come l’uso del girevole, il rallenty o il voice off, lo spettacolo non riesce a parlare il linguaggio del cinema. Disarmanti i balbettii e gli affanni di Paul/Dini così come il costante registro acuto usato dalla Annie/Scommegna. Neanche il doppio finale costruito ad hoc, in cui Shaldon, ormai libero dalle grinfie della sua aguzzina e ospite in un talk show americano per presentare il suo ultimo libro, riesce a risollevare le sorti del dramma. Qual è dunque lo scopo di un’operazione di questo genere? Indubbiamente quella di rimarcare la figura tormentata dello scrittore, artefice della vita e della morte dei suoi personaggi. Costretto a scrivere un nuovo romanzo su Misery, Shaldon, finisce per ritrovare una feconda vena creativa. «Questo libro – dirà al presentatore – mi ha salvato la vita». Al netto di due anni di successi, che hanno visto lo spettacolo nella programmazione di molti teatri, è indubbio che il brand King sia un grande traino per una performance che lascia pochi margini di riflessione. Il dramma gode di una spettacolarità senza pari, suffragata dalle ricercate musiche di Arturo Annechino, eppur offre una performance attorale deludente in cui la suspense viene tramortita da un becero umorismo.

 

 

 

 

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