«Mi è stato detto e scritto che nella vita di ogni siciliano c’è un treno perduto, un treno che lo porta lontano, che lo fa tornare a casa. Un treno che giornalmente lo porta a scuola, e speriamo Dio, con i tempi che corrono, un giorno lo possa portare a lavoro. Ma soprattutto nella vita di ognuno di noi ci sarà una stazione. Villarosa è quella di coloro che vogliono conoscere, o scoprire ancora di più, la Sicilia, questa terra così bella e martoriata. Benvenuti, amici, al treno museo di Villarosa».

Con queste parole Primo David, oggi ferroviere in pensione e presidente dell’Associazione Culturale “Amici del Treno Museo di Villarosa”, è solito accogliere i turisti al loro arrivo presso la storica attrazione inaugurata l’8 dicembre 1995, conducendoli sapientemente da allora per tutti i 184 metri di lunghezza su cui si snodano nove vagoni decisamente speciali, un tempo adibiti a trasportare le vittime della Shoah e oggi simbolo di rinascita della memoria. Al loro interno, infatti, il ricordo della civiltà mineraria e contadina dell’isola si para con vividezza davanti agli occhi dei visitatori, che possono immergersi materialmente in un passato che va dalla fine dell’Ottocento agli Cinquanta del secolo successivo. Dalla camera da letto del barone Deodato con la sua prima televisione, la radio e il letto con lo stemma di Villarosa in madreperla al corredo di attrezzi e beni di prima necessità che gli emigranti portavano con sé in previsione delle lunghe traversate, fino all’ultimo vagone con una sala video dove è possibile fruire di filmati storici, sono numerosi le suppellettili donate dalla comunità di Villarosa all’associazione con l’intento di ricostruire la propria storia frammento dopo frammento e di valorizzare quei vagoni a lungo rimasti abbandonati presso la stazione di Imera. «All’inizio – ci racconta David – li avevo portati al paese affinché fungessero da magazzini. Poi, guardando bene le targhe, ho deciso di trasmetterle a Roma. Ed è a quel punto che ho scoperto la loro origine: si trattava dei carri-vagoni ferroviari che trasportavano gli ebrei da Roma a Trieste, presso la Risiera di San Saba, l’unico campo di concentramento in Italia in cui era presente un forno crematorio. Volevano spostarli nella capitale, ma ho lottato per farli rimanere a Villarosa».

L’interno di uno dei vagoni. Foto di Primo David

RICORDI DI UN ESODO. Nella vita di Primo David, d’altra parte, i treni hanno sempre avuto un ruolo importante. All’età di 15 anni partì da Villarosa per andare a lavorare nelle ferrovie tedesche, per poi tornare in Italia, esattamente a Bologna, nel 1977 vivendo sulla propria pelle l’orrore della strage del 1980: «Quando qualcuno di voi vedrà il filmato un ferroviere che chiede col megafono una bombola di ossigeno per soccorrere i feriti, quello sono io». Nel 1992 arrivò il trasferimento in Sicilia e l’incarico di chiudere tante piccole stazioni dell’isola (la linea è controllata con il sistema CTC, ndr). «A Villarosa, però, il cuore si è fermato perché non si poteva cancellare la sua storia». Al paese ennese è legata, infatti, una parte cruciale della storia dei minatori di zolfo in Sicilia, vale a dire la ferrovia mineraria Sikelia costruita dagli inglesi alla fine dell’Ottocento lungo la quale si snodava l’esodo verso le miniere di carbone del Belgio e della Germania. Nel primo binario, oggi, si trova un vagoncino minerario, donato proprio da alcuni emigranti, che veniva utilizzato per trasportare il carbone nelle miniere del Belgio con accanto la dicitura marmorea “Parto, riesco e torno al mio paese”. «In Belgio – spiega David – abbiamo una comunità di oltre 18.000 villarosani e, quando arrivi, ti dicono “Buonasera, come stai?” e “Chi si dici a u paisi?”. È un legame che non può essere spezzato, un cordone ombelicale con la propria terra che forse non gli ha dato quello che meritavano, il lavoro, ma che continua comunque ad esistere. Sul dramma degli emigranti di Villarosa recito sempre la poesia Il treno dell’emigrante di Gianni Rodari. Fa capire bene cosa prova l’emigrante, quello che io stesso ho provato sulla mia pelle quando, a 15 anni, il 17 gennaio del 1971 partii alla volta della Germania: Non è grossa, non è pesante la valigia dell’emigrante…C’è un po’ di terra del mio villaggio, per non restare solo in viaggio, un vestito, un pane, un frutto, e questo è tutto. Ma il mio cuore no, non l’ho portato: nella valigia non c’è entrato. Troppa pena aveva a partire, oltre il mare non vuole venire. Lui resta, fedele come un cane, nella terra che non mi dà pane: un piccolo campo, proprio lassù… Ma il treno corre non si vede più».

Un carretto di Villapriolo

DIMORE DI UN TEMPO ANDATO. Il Treno Museo della Civiltà Contadina, Arte Mineraria, Emigrazione, Ferroviaria ha poi dato vita ad un’altra, preziosa testimonianza sul passato di tante generazioni di isolani. A nove chilometri di distanza da Villarosa, in una frazione chiamata Villapriolo, l’Associazione guidata da Primo David ha realizzato il Paese delle Case Museo. Uno spazio dedicato alla ricostruzione di case tipiche come quella dello zolfataio (‘u surfararu), del contadino (‘u iurnataru), dell’emigrante (‘u miricano), ma anche di tutti i servizi complementari: il baglio del grano, dove si trovano un trattore con la trebbia, un antico forno a pietra per la panificazione e un carretto siciliano decorato a mano, il baglio del casaro, dove si faceva la ricotta, la bottega del ciabattino, la chiesa dei contadini, dedicata a San Giuseppe e, infine, le opere in miniatura della Passione di Cristo collocate dentro un granaio dell’Ottocento con il sottofondo musicale bandistico del Venerdì Santo. «I turisti ‒ illustra David ‒ arrivano in piazza e poi facciamo tutto a piedi tra la gente, in mezzo alle case. Credo sia un metodo fondamentale per suscitare il loro interesse». Ad oggi sono oltre un milione i visitatori che sono giunti alla stazione: «Sono numeri ‒ conclude – che fanno capire il valore aggiunto di tutto quello che abbiamo costruito negli anni. All’inizio è stata dura perché nessuno credeva in questa mia iniziativa. Questa è una terra difficile, ma non bisogna mai demordere». E il treno museo ne è una prova lampante.

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