Da quattro anni a questa parte, a Catania, in pieno centro storico, una scena drammatica si ripete dinanzi alla totale indifferenza dei passanti. Ha il suono di una vetrina che resiste alla violenza delle testate, di un lamento straziato che giorno e notte squarcia l’aria di una città resa ancora più spettrale e sorda dai negozi chiusi e dal coprifuoco. Ma per gente come Ewa la solitudine ha radici più lontane e resistenti. Ha cominciato ad essere la sua unica compagna quando la società dei diritti che ci vantiamo di aver costruito ha stabilito che il disturbo mentale da cui è affetta fosse una giustificazione sufficiente per lasciarla al suo destino. «Morirà. Verrà lasciata morire. Ogni sera, quando torno a casa dopo averle prestato assistenza sul ciglio della strada, questa consapevolezza mi attanaglia e mi impedisce di dormire, così come l’eco delle sue grida. Dobbiamo salvarla, ma bisogna fare presto». Nelle ronde serali e notturne che da più di un decennio compie tra i vicoli e le piazze della città etnea, Giuseppe Messina, fondatore di Insieme Onlus, ha conosciuto con i propri occhi ogni genere di sofferenza. Ha imparato che, talvolta, per estirparla basta un gesto accompagnato da un sorriso, un flebile sussurro che inviti a non gettare la spugna. Ma ha anche constatato con stupore che la tutela della vita umana non ha per tutti il medesimo valore: «Ho portato all’attenzione di diversi medici – continua – le sue condizioni. Tutti mi hanno risposto che bisogna intervenire. Ma quando mi rivolgo a coloro che potrebbero garantirle il ricovero in una struttura idonea e protetta, l’unica risposta che ottengo è: “la sua è una scelta di vita”. E allora mi chiedo: esiste davvero qualcuno che sceglierebbe di vivere così?».

«Come possiamo sensibilizzare l’opinione pubblica? Cosa ci resta da fare per evitare l’inevitabile? Dobbiamo forse interpellare il Prefetto, o addirittura il Papa?»

L’APPELLO INASCOLTATO. D’altronde, quando più di vent’anni fa Ewa lasciava la sua Polonia per giungere nella città dell’elefante, probabilmente non immaginava che ad attenderla ci sarebbero stati un giaciglio a cielo aperto e una coperta inzuppata dalla pioggia. «La sua bipolarità patologica – racconta ancora Messina – è assolutamente evidente. Un attimo ti intima urlando di lasciarla in pace, poi repentinamente si ferma a parlarti educatamente, chiedendoti aiuto. Ricordo, anni fa, quando stazionava nei pressi dell’aeroporto. Una donna in carne, bellissima». Di cui oggi, purtroppo, non resta che un’ombra sfiorita. «È del tutto sciupata, con in più un serio problema ai femori per via di un grave incidente a seguito del quale, invece che essere indirizzata verso una RSA, è stata frettolosamente dimessa e rimessa per strada. E c’è di più: piuttosto che garantirle un TSO in linea con le disposizioni normative che lo dispongono per coloro che si dimostrano un pericolo innanzitutto per sé stessi e poi per gli altri, le è stata prescritta una terapia che prevede l’autosomministrazione dei farmaci. Come se ne fosse capace». Alle grida ignorate della signora, perciò, si sono aggiunte quelle altrettanto inascoltate di Giuseppe Messina, che chiede soltanto un ricovero in psichiatria: «Come possiamo – chiede a noi e a sé stesso con accoramento – sensibilizzare l’opinione pubblica? Cosa ci resta da fare per evitare l’inevitabile? Dobbiamo forse interpellare il Prefetto, o addirittura il Papa? Tutti quelli a cui mi sono rivolto, dalle Forze dell’Ordine alle strutture specializzate, sostengono che non sia di loro competenza. Devo forse affidare la crudezza dei video che la ritraggono gemere con le mani sulla testa ai social perché qualcuno inizi finalmente a credere che la sua isteria è ormai arrivata al limite?».

«Più mi batto per queste persone, tanto più mi viene chiesto: “cosa ne otterrà lei da tutto questo? Vuole forse salvare il mondo? Dovremmo ricoverare tutti quelli che vivono per strada?”».

SALVA UNA VITA, SALVA IL MONDO. E dire che la soluzione sarebbe a portata di mano: «Il comune di Catania – ci spiega Messina – ha stipulato una convenzione con una cooperativa che si deve occupare della presa in carico e dell’accompagnamento dei senza fissa dimora e ha siglato un protocollo d’intesa con l’Asp affinché questi casi disagiati ricevano idonea assistenza». Per Ewa, tuttavia, questa possibilità non sembra contemplata: «Affermano che si tratta di un caso impossibile. Ma proprio perché è un caso complesso bisogna dedicarsi con impegno ancora maggiore per la sua risoluzione. Se si fosse trattato di un cane ferito, con tutte le associazioni animaliste ed ambientaliste che esistono, si sarebbero mobilitati in migliaia. Perché lo stesso non accade per un essere umano?». Prendersi cura dei bisognosi, d’altra parte, prima ancora che una funzione burocratica, dovrebbe assomigliare ad un’autentica missione. O, almeno, è così che Messina ne intende il senso. «Più mi batto per queste persone, tanto più mi viene chiesto: “cosa ne otterrà lei da tutto questo? Vuole forse salvare il mondo? Dovremmo forse ricoverare tutti coloro che vivono per strada?”. Ed io, ogni volta, rispondo che sarebbe un buon inizio farlo con chi ne ha impellente bisogno. Nessuno ne parla, ma sono tanti coloro che soffrono di disturbi mentali e che chiedono piangendo, prima di vedersi puntualmente rifiutati, di essere aiutati. Non voglio puntare il dito contro nessuno, ma è ora di intervenire. A cominciare da Ewa». Perché, in fondo, quando non si ha nessuno, non resta che sperare che il tuo personale buon samaritano arrivi in tempo per tenderti la mano.

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