Al Bellini “Lo Schiaccianoci” di Volpini senza favola né lieto fine

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Nel balletto andato in scena sul palcoscenico catanese, la magia cede il posto alla periferia cittadina e i regali di Natale agli scarti  diventando quasi irriconoscibile

Periodo di Natale, periodo di Schiaccianoci a teatro, si sa. Ma che succede se lo Schiaccianoci non c’è? O meglio, “Lo Schiaccianoci” andato in scena al Teatro Massimo Vincenzo Bellini di Catania non era la favola di Clara e del suo principe come ce la ricordiamo: nella versione del coreografo Massimimiliano Volpini danzata dal Balletto di Roma c’è ben poco dello spirito natalizio che anima il racconto di Hoffmann.

DOV’È IL PRINCIPE SCHIACCIANOCI? Composto da due atti, il primo abbandona la tradizionale ambientazione in una ricca casa borghese per far posto alla strada e a ragazzi senzatetto che giocano con quel che trovano per le vie. A tal proposito merita menzione la scenografia: non il tipico abete di Natale, ma un albero realizzato con materiali di riciclo che introduce così l’attuale tematica dell’inquinamento ambientale. Un grande muro con un solo piccolo varco fa da sfondo ai ballerini che affollano la scena: la loro è una danza contemporanea che riproduce, forse in maniera eccessivamente caotica, l’affollamento delle periferie. Tra questi si distingue il “ricercato”, wanted, protagonista di questa favola contemporanea senza lieto fine: proprio lui oltrepassa il varco insieme a un’altra fanciulla, Clara. Una fuga d’amore e di salvezza: i due infatti scappano dai nemici, che non sono i topi del noto racconto natalizio, ma delle guardie imponenti e tenebrose.

FOLLA IN SCENA. Oltrepassato il varco, inizia il secondo atto. Prendendo spunto dalla coreografia di repertorio di Marius Petipa e Lev Ivanov (1892), Volpini riprende la successione di danze sulle musiche di Čajkovskij, ma non se ne percepisce più la provenienza. La danza cinese ha ben poco di asiatico, la sensuale ballerina araba, pur essendo lodevole e sinuosa, appare simile a un serpente. La carica erotica che avrebbe dovuto contraddistinguere quest’ultima è trasferita discutibilmente nella danza dei Mirlitoni, trasformata in un passo a due giocoso con allusioni piccanti neanche troppo velate. Dopo questa carrellata, è il momento del celeberrimo Valzer dei Fiori: non più leggiadre ballerine in punta, ma uno scambio di coppie tra tutti i tersicorei che si erano esibiti nelle danze precedenti. E il passo a due da sogno che conclude la notte magica di Clara e del principe Schiaccianoci? Un’accozzaglia di ballerini che scaraventano la giovane da una parte all’altra lanciandola tra le braccia del ricercato. Amore e armonia lasciano il posto a impeto e caos.

COSTUMI E LUCI. Tecnicamente il corpo di ballo ha una buona base classica, poco valorizzata però dalle scelte coreografiche (la maggior parte delle ballerine non ha le scarpette da punta) e dall’abbigliamento. I costumi, curati da Erika Carretta, sono spesso ingombranti e non mettono in risalto le linee dei ballerini: Clara danza quasi tutto il tempo con uno svolazzante cappotto rosso. Un plauso va invece alle luci, curate da Emanuele De Maria, che attraverso la proiezione di ombre hanno richiamato scene tipiche del repertorio classico come la battaglia dei topi o le magie dello zio Drosselmeyer, che in questa versione contemporanea ha ben poco del vecchio zio mago a tutti noto.

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