Regno Unito, Stati Uniti e diverse altre nazioni sembrano puntare nel giro di pochi mesi ad un livello di immunità al SARS-CoV-2 che possa fermare la sequenza di lockdown a cui abbiamo assistito finora. In Israele, in cui gran parte della porzione rilevante di popolazione è stata vaccinata, la ripresa delle attività quotidiane è già più una realtà che una lontana speranza. I capi di stato di queste nazioni, da Benjamin Netanyahu a Boris Johnson e Joe Biden, hanno messo al centro della propria propaganda politica il vaccino e la sua inoculazione, non solo in quanto strumento per porre fine alla nefasta pandemia, ma in qualità di arma generatrice di prestigio ed egemonia internazionale.

Questi politici, emulati maldestramente nel loro atteggiamento anche qui in Italia, trepidano al pensiero di dichiarare che il vaccino sia stato una vittoria di Israele, Stati Uniti o Regno Unito contro il SARS-CoV-2, dovuta alla destrezza e alla forza del proprio operato. Si sbagliano, però. I vaccini sono prima di tutto la vittoria di una testarda comunità di ricercatori, di un’immateriale Repubblica della Scienza, libera, aperta e sovranazionale. I meriti delle singole nazioni, principalmente quelli di aver catalizzato gli studi scientifici con fondi addizionali e di aver sfruttato i loro risultati rapidamente, sono secondari rispetto al principale ingrediente, le tecnologie di base che hanno permesso la creazione di questi nuovi prodotti.

L’11 gennaio 2020, un gruppo di scienziati cinesi ha reso disponibile a livello globale la sequenza genomica del nuovo coronavirus, la sua identità biologica completa. Neanche un mese dopo, è stato prodotto il primo campione di vaccino dalla startup americana Moderna. Questa rapidità, da molti percepita come un miracolo, da altri addirittura come un rischio, è in realtà il frutto di quarant’anni di idee scientifiche emerse da travagliate vite di scienziati da tutto il mondo. Tra queste, quella di Katalin Karikó, scienziata ungherese che, lavorando negli Stati Uniti, non trovò per decenni finanziamenti per l’idea che avrebbe poi portato ai vaccini Pfizer/BioNTech e Moderna; o quelle di Andrea Carfi, siciliano direttore della ricerca a Moderna, e gli scienziati dell’Ospedale Sacco di Milano, alcuni di origine siciliana, che hanno isolato il primo ceppo italiano di SARS-CoV-2. Ma anche e soprattutto di quelle di migliaia di ricercatori che per decenni hanno condiviso, da laboratori sparsi per il mondo, le loro scoperte scientifiche, con altri laboratori sparsi per il mondo. Per esempio proprio la sequenza genetica condivisa via Internet dagli scienziati cinesi e sfruttata da centinaia di gruppi di ricerca per creare i loro potenziali vaccini.

Il vero progresso scientifico, che ci concede ora forse l’unica speranza concreta a cui aggrapparci di fronte a tanta sofferenza, non guarda in faccia i confini nazionali. Questo progresso è stato alimentato dalla passione degli stessi ricercatori che, specialmente in Italia e forse ancor di più in Sicilia, sono solitamenti precari e sottopagati, in un contesto in cui i virtuosi rischiano spesso di essere additati come “professoroni”, proprio da quei politici che tanto vorrebbero l’Italia, l’Europa, la loro nazione trionfare sulla pandemia. Il vaccino non sarà una vittoria della Sicilia, dell’Italia, dell’Europa o di Israele. Sarà una vittoria dei siciliani, degli italiani, degli europei, degli israeliani e di chiunque altro, estendendo la Repubblica della Scienza oltre confini che solo la politica crea, abbia contribuito a plasmare questa speranza, esperimento dopo esperimento.

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