«Chi potrà mai misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando rimane preso e intrappolato nel corpo di una donna?» Così Virginia Woolf, una delle più grandi poetesse di ogni tempo, confessava laconicamente il suo struggimento in Una stanza tutta per sé. Un supplizio interiore atroce, quello delle tante intellettuali di cui la Woolf è emblema: spesso colte, argute e raffinate più di tante loro controparti maschili, eppure relegate nei più angusti cantucci della storia, quando non al totale anonimato. Portatrici di una sensibilità assolutamente esclusiva e intrigante, ma costrette, per sopravvivere economicamente e socialmente, a condurre vite dimesse, inautentiche, spersonalizzate (era tutt’altro che inusuale che, per raggiungere un pubblico sufficientemente ampio, fossero costrette a camuffare la propria produzione dietro lo schermo di uno pseudonimo maschile). Una vita passata a osservare senza poter mai agire, a maledire il proprio corpo, a sperare di potersene privare: si può forse immaginare tortura peggiore di questa? Anche la Sicilia ha avuto la sua Virginia Woolf: il suo nome era Mariannina Coffa. Sebbene, tuttavia, entrambe condividano una fine tragica, alla nostra conterranea non fu mai del tutto tributato il riconoscimento che avrebbe meritato. Né in vita né postumo.

Nacque a Noto nel 1841, Mariannina, figlia di un avvocato ben in vista nei più alti circoli politici del Regno di Napoli. Pare che fosse un enfant prodige: già a 10 anni, infatti, componeva con abilità straordinaria, tanto da essere affidata all’esperto verseggiatore don Corrado Sbano affinché affinasse la propria tecnica. Fu questo il primo di tanti avvenimenti che avrebbe segnato irrimediabilmente la sua vita: l’autoritaria guida dell’uomo di Chiesa, che censurava puntualmente letture e scritti che contenessero accenni giudicati troppo libertini, non fece che soffocare la fervida creatività della giovane. La quale, tuttavia, spiccò il volo qualche anno dopo, quando Mariannina si innamorò del maestro di piano Ascenso Mauceri. Il loro amore rimase sempre una dolorosa chimera: la famiglia antepose ai sentimenti l’aridità degli interessi economici, e la costrinse a sposare un ricco latifondista. La ferita della donna non si rimarginò mai e il suo canto poetico si colorò di una inguaribile nostalgia, di una brama spasmodica di compimento. Proprio da questa iniqua privazione nasceranno i suoi versi più splendidi. Come quelli della poesia Amore: «Datemi un cor che all’alito / Dell’amore mio s’ispiri / Che i suoi più dolci palpiti / Confonda ai miei sospiri / Un cor che la sua vita / Senta al mio cor unita / Che ai miei segreti spasimi / Conceda il suo dolor! / Datemi un cor che intendere / Possa il mio spirto anelo, / Ch’abbia il candor degli angeli / Ch’ami qual s’ama in cielo. / Oh! Solo allor potrei / Credere ai sogni miei, / Viver potrei nell’estasi / Del canto e dell’amor». Mariannina morì nel 1876, a soli 36 anni, in condizioni di estrema indigenza e in solitudine. Ripudiata dalla famiglia per aver lasciato la casa del marito, scrisse delle lettere poco prima della morte (altro punto di contatto con la Woolf), maledendo tutti coloro che le avevano imposto l’infelicità di un’esistenza mai libera di scegliere il proprio cammino.

Di Mariannina Coffa restano le poesie, certo. Ma anche un sogno tanto potente quanto straziato. C’è, nel suo anelito ad una purezza celestiale, nel suo sospirato distacco dalla realtà torbida che l’avvolge, un’invocazione ad una bellezza salvifica, la ricerca di un istante di meraviglia che, per quanto illusoria, possa sottrarla alla miseria della sua condizione. Il verso poetico, d’altronde, non è che il sussurro di un grido taciuto, lo slancio di un movimento impedito, l’orizzonte che proietta uno sguardo basso verso l’altezza vertiginosa della felicità. Mariannina non fa eccezione. Donna straordinaria e sfortunata, con il cuore in pezzi. E un unico, temporaneo collante: il miraggio di una vita parallela. La compagnia amara di ciò che poteva essere e non è stato.

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