Arthur Schopenhauer amava dire che «la lontananza rimpicciolisce le cose all’occhio, ma le ingrandisce al pensiero». Un aforisma suggestivo, certo, che tuttavia spesso si scontra con le beffarde bizze della realtà. Accade così che l’archivio polveroso della nostra memoria storica finisca per inglobare tesori inestimabili, condannandoli al quasi anonimato. E che sia talmente difficile rintracciarli ed ammettere di aver frettolosamente sbagliato da risultare arduo investirli di nuova luce. Accade così spesso da risultare persino normale. Persino se i tuoi primi recensori d’eccellenza si chiamano Elio Vittorini e Leonardo Sciascia. Persino se i critici letterari della tua epoca arrivano a definirti come uno degli autori più interessanti e poliedrici del ‘900. Persino se i tuoi studenti, ricordando i tuoi anni da professore, si commuovono pensando alle tue lezioni appassionate e sapientemente illustrate sulla Divina Commedia. Antonio Russello ci lasciava il 26 maggio del 2001: eppure, a farla da padrone in occasione del ventennale dalla scomparsa è stato il silenzio. Al di là dell’attenzione riservatagli dal Centro Studi a lui intitolato nella sua Favara e dalla Strada degli Scrittori del cui itinerario è parte integrante, infatti, sparuti ed isolati sono stati gli omaggi riservati a questo grande protagonista della letteratura nostrana, che ha finito i suoi giorni lontano dalla sua terra, in Veneto, e da quel notevole clamore che il suo talento aveva saputo suscitare.

Nel 1960, Mondadori diede alle stampe un romanzo che in breve tempo si tramutò in un vero e proprio fenomeno letterario: La luna si mangia i morti. Nella storia di un fanciullo cresciuto nella Sicilia degli anni ‘20, in un paesino di zolfare e prepotenze mafiose, di banditi dal fascino perversamente magnetico e uomini di giustizia guardati ancora con sospetto, si snodava l’intera storia dell’isola post-unitaria e dei suoi figli, divisi tra l’insopprimibile esigenza di costruire un futuro altrove e il richiamo sanguigno delle proprie radici. Eloquente la frase che nonno Peppe rivolge al protagonista a tal proposito: «Basta volere e uscire di qui, e ricchi si diventa, mentre a rimanerci, il guaio è che noi in Sicilia, il più misero sogno che facciamo è quello di diventare re». Non poteva non conquistare il cuore dei suoi lettori quel linguaggio franto ma incredibilmente movimentato, sospeso con invidiabile equilibrismo tra la ricerca dell’eleganza e l’urgenza della verità. Vittorini se ne rese immediatamente conto, tanto da disporne la pubblicazione a scapito de Il Gattopardo, di cui Tomasi di Lampedusa, prima della morte, aveva inviato il manoscritto. Un anno dopo, toccò a Sciascia, che sul giornale L’Ora commentò il romanzo attribuendogli la capacità di tratteggiare una Sicilia «rosso splendente, che vive nella dimensione delle pitture dei carretti e dei teloni dei cantastorie: vivida di colori, fitta di personaggi, schematicamente drammatica, appena sfiorata dalla storia, di una “gitaneria” senza tempo”». Fu poi la volta di “La grande sete”, “Siciliani prepotenti” e di “L’isola innocente, che gli valse la finale al Premio Campiello nel 1970. Fu poi la volta della produzione drammaturgica. Fu poi la volta inspiegabile dell’oblio, le cui ombre faticano tuttora ad essere dissipate. Forse per il suo rifiuto di allinearsi ad ideologie e correnti (in questo senso va intesa la sua netta presa di distanza sia dal fascismo che dal comunismo), o forse, più semplicemente, per la sua riservatezza quasi claustrale, da anti-divo.

Di Russello non andrebbe riscoperto semplicemente l’indiscutibile merito letterario, ma anche l’intransigenza morale di chi non barattò mai la sua dignità in nome della fama, l’indipendenza spirituale ed umana di un uomo che seppe vivere il proprio tempo con la singolarità che solo i grandi sanno mantenere. A vent’anni di distanza dalla sua morte, quella Sicilia che tanto idolatrò a dispetto del distacco e che tanto si premurò di difendere da chi, ipocritamente, la sfruttava per il proprio tornaconto truffaldino, è ancora la stessa isola pura e fragile che cerca di capire la sua complessa identità. Ma è anche l’ingrata e cinica amante che non lo ricambiò abbastanza.

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