Nella punta delle dita poco jazz / Poche ombre nella vita / Solo un pianista di piano bar /Che suonerà finché lo vuoi sentire

A smentire Francesco De Gregori è Antonello Tonna, che di swing nelle punte delle dita ne ha tantissimo. Così tanto da strappare applausi a Billy Joel, Pat Metheny, Stefano Bollani, per citare solo alcuni dei suoi fan più illustri. Acese, nato agli sgoccioli del 1952, ma dichiarato alcuni giorni dopo quando si era già entrati nel 1953, da cinquant’anni nella musica, da quaranta pianista di piano bar. Da dieci anni è in pensione, ma non ha mai smesso di suonare. «Ho semplicemente rallentato la mia attività, oggi mi ritaglio un po’ di tempo per andare a sentire i concerti degli altri», spiega con il consueto sorriso sotto i baffi. Soprattutto, l’artista di Acireale ha finalmente trovato il tempo per registrare il primo album della sua carriera «per festeggiare i miei quarant’anni di piano bar».

Una carriera cominciata in tenera età, imitando il padre con un pianofortino giocattolo dai tasti verdi, rossi, gialli e bianchi. «Mio papà suonava il piano in un trio nei locali di Taormina. Fu lui a insegnarmi i primi accordi», ricorda Tonna. Il promettente pianista capace di ripetere all’impronta passaggi musicali difficilissimi si scontrò però con la ferrea disciplina del Conservatorio. «A causa della mia formazione da autodidatta, la posizione delle dita era sbagliata. Così, dopo quattro anni, abbandonai».

La scuola per il pianista acese diventa la gavetta del palco. Il debutto a Taormina, quasi un segno del destino. «Avevo 17 anni e suonai in un gruppo di Giarre nel locale “La Rupe – Taverna dei Cordari”, dove c’erano anche le entraîneuse», ricorda. «A un certo punto mandai un bacio a una di queste ragazze e lei mi ricambiò con un bacio sulla guancia. Diventai rosso e dimenticai tutti gli accordi». Cominciò con un disastro la carriera del pianista che diventerà il “re delle notti di Taormina”.

Negli anni Settanta, Antonello Tonna passa da un gruppo all’altro. «Prima negli Spiders, poi nei Got. Eravamo in dodici e guadagnavamo diecimila lire a sera. Erano i tempi delle orchestre di Cesare Bruno, Pippo Russo. Suonavamo Otis Redding e James Brown». È agli inizi del decennio successivo che decide di mettersi in proprio. Ed è una marcia trionfale. Che inizia dall’Hotel La Perla Jonica di Capo Mulini, per approdare al Quisisana di Capri, «dove conosco Massimo Troisi, Renzo Arbore ed Emilio Fede». Quest’ultimo gli farà trovare un ingaggio in un locale di Cortina dove trascorrere i mesi invernali: «Lì conobbi Beppe Grillo e Gino Bramieri, e una sera accompagnai al piano Gigi Proietti mentre cantava standard di Frank Sinatra e canzoni napoletane».

È il 1982 quando Tonna s’iscrive al Festival del piano bar. «Fra cento partecipanti, passo la prima selezione, arrivando alla finale al Politeama di Palermo trasmessa da Rai1. Mi piazzo primo insieme ad altri cinque pianisti, fra cui Antonio e Marcello». La coppia, oggi scoppiata, soffierà all’acese l’occasione di suonare al Bella Blu di Roma. «L’audizione andò male, non funzionavo per la capitale», ammette con lealtà il siciliano. «Antonio e Marcello presentavano i brani in hit parade, io facevo il classico. Ho fatto cilecca. Tornato ad Acireale, mi chiusi in casa e rinnovai tutto il repertorio con Battisti, Lucio Dalla, Vasco Rossi…».

Per il piccolo pianista acese si sarebbero aperte altre prestigiose porte. Nel 1984 inaugura lo Sheraton di Catania e il mitico Tout Va di Taormina, che ancora oggi ricorda con nostalgia. «Che notti al Tout Va, dopo e prima di me suonava gente come Barry White». Erano gli anni d’oro del night-club. E Antonello Tonna fu il mattatore di quelle notti tra Taormina e Giardini Naxos. «Indimenticabile l’esperienza al Marabù a cavallo tra la fine degli Ottanta e l’inizio dei Novanta», si accende negli occhi. «Veniva tutta Catania, era il locale dove si ritrovavano tutti gli artisti che erano stati in concerto in Sicilia. Ogni notte duettavo con voci del calibro di Anna Oxa, Fausto Leali, Toto Cutugno, Michele Zarrillo, Rossana Casale, Ornella Vanoni. E poi La Giara di Taormina, l’ultimo locale notturno ad aver resistito ai cambiamenti imposti dalle tendenze e dalle mode».

Ma nemmeno la crisi del night-club, soppiantati dalle discoteche, ferma Antonello Tonna. Se all’estero, tra Montecarlo e Düsseldorf, in inverno trova ancora locali ospitali («dove lo champagne scorreva davvero a fiumi»), in Sicilia sperimenta nuovi palcoscenici per il suo piano bar. Gli studi delle tv locali catanesi, le terrazze di hotel di lusso a Taormina. E poi, all’alba del nuovo secolo, le navi.

«Nel 2000 comincia la mia avventura sulle navi di Costa Crociere», racconta. «Tre mesi in inverno per sedici anni». Con una interruzione di tre anni dopo il 2012, l’anno in cui la Costa Concordia naufragò al largo dell’isola del Giglio. Antonello quella sera stava suonando a bordo.

«Nessuno si era reso conto che la nave aveva urtato lo scoglio», ricostruisce quei momenti di terrore. «Io avevo finito di suonare da poco tempo e stavo salendo al quinto piano per incontrarmi con gli altri musicisti in pausa quando ho sentito i sette fischi brevi e uno lungo che indicano l’emergenza a bordo. Sono andato di corsa al punto stabilito in questi casi, dove siamo stati riuniti in gruppi di trenta persone sul ponte 3 lato Toscana, che era quello emerso. Vedevo le scialuppe cariche di passeggeri calare dal quarto piano, mentre la nave continuava a inclinarsi verso l’isola del Giglio. Quando abbiamo capito che non avremmo potuto prendere le scialuppe, abbiamo attraversato la nave e siamo andati sul ponte opposto, quello sommerso. L’acqua era a 6/7 metri da noi e la vedevamo salire. Le scialuppe non si avvicinavano per timore che la nave affondasse. Abbiamo sentito un forte rumore di ferro, acciaio, ed io con altre 80/90 persone, in una situazione d’estremo caos, abbiamo scavalcato la balconata e ci siamo tuffati in mare. Ero ancora in smoking. C’era una zattera, ma non sono riuscito a salire a bordo. Ho cominciato a nuotare. Per non farmi prendere dal panico mi ripetevo: “Devi stare calmo, devi stare calmo”. In quel momento nelle orecchie mi risuonò la Rapsodia in blu di Gershwin. Ho nuotato, lentamente nel mare increspato, per duecento metri. Raggiunto lo scoglio, mi sono abbracciato con gli altri naufraghi che si erano salvati. Da quella notte, per tre anni non sono più salito su una nave. Non per paura, però. Non mi è rimasto alcun trauma da quell’episodio, al contrario di alcuni miei colleghi che ancora vanno dallo psicologo. Nel 2016 mi concessi la crociera d’addio sulla Costa Fascinosa».

Quella sciagurata, tragica, notte è cantata nella canzone Il tempo si è fermato, composta con la cantante olandese Justine Pelmelay, che Antonello Tonna incontrò proprio quella sera a bordo della Concordia. «Stavo per terminare il mio turno, quando si avvicinò una ragazza di colore, chiedendomi di farle cantare qualche brano. Non si poteva, perché volevamo evitare il rischio karaoke. Era simpatica, così le ho dato il microfono. E lei si mette a cantare On Broadway e This Masquerade di George Benson con una voce incredibile. Erano le 21.30, nella hall dove mi esibivo io si stavano raccogliendo il pubblico che usciva dal teatro e il nuovo turno al ristorante. Fu un successo pazzesco. Do un mio bigliettino alla ragazza e le dico: “Vediamoci dopo cena”. Lei va al ristorante, un quarto d’ora dopo ci fu il botto. Di lei non seppi più nulla».

Nel frattempo, apprende che quella ragazza si chiama Justine Pelmelay, che era una cantante popolare in Olanda e aveva rappresentato il suo Paese all’Eurovision. «Dopo un paio di giorni che ero tornato a Catania, mi telefona dall’Olanda e si presenta: “Sono Justine ed ho composto una canzone su quello che abbiamo vissuto sulla Costa Concordia”. L’aveva scritta in olandese e avrebbe voluto tradurla in italiano. Ho affidato il testo a mia figlia Valeria, che ha fatto il Conservatorio e fa musica classica. Poi sono andato in Olanda e abbiamo registrato Il tempo si è fermato».

Se il naufragio ha fatto storia, ci sono tanti altri aneddoti, meno importanti, ma divertenti, nella carriera di un pianista di piano bar che spesso diventa complice con l’ascoltatore, accompagnando la nascita, ma anche la fine, di grandi amori. «Quando suonavo al Sant’Andrea a Taormina, c’era una sorta di playboy catanese che si presentava ogni sera con una ragazza diversa. Si appoggiava al mio piano con in mano una coppa di Dom Pérignon e mi chiedeva Champagne o Il cielo in una stanza. Una sera si avvicinò dicendomi: “Me la fai Champagne?”. Io risposi: “Ma te l’ho fatta ieri!”. La donna che lo accompagnava andò su tutte le furie: “Allora sei venuto qui ieri sera… e con chi…”. E poi mi sottopose a un terzo grado per conoscere l’identità della rivale».

Antonello Tonna è un pozzo pieno di ricordi. «Al Marabù ho duettato spesso con Fausto Leali, io avevo il microfono del mixer a volume 8 e lui a 1. Manlio Dovì si fermava tutte le sere con me quando veniva al Sant’Andrea. Anche con Gegè Telesforo facevamo l’alba al Marabù, poi la mattina si andava a fare la colazione con i cornetti caldi o a comprare il pesce appena pescato».

Gli incontri che Antonello Tonna, pianista di piano bar amante della fusion, non dimenticherà mai sono quelli con due suoi grandi miti. «Sempre al Sant’Andrea, una sera scende al ristorante dove io facevo musica d’ascolto Pat Metheny con tutta la famiglia. Io ero emozionato. È uno dei miei miti. Cominciai a fare bossa nova, swing. Dopo mezz’ora, Metheny si alza e viene da me: “Good sound, fantastic”, mi dice. Io quasi svengo. Lo abbraccio. Poi mi chiede di suonare una canzone da dedicare alla moglie. Era una canzone francese che io non conoscevo. Volevo sprofondare. Alla fine, gli ho fatto sentire As time goes by».

Dalla terrazza del Sant’Andrea a quella del Timeo per un altro incontro speciale. «D’un tratto vidi uscire dal ristorante dell’hotel Billy Joel, “piano man”. Si diresse in terrazza e si posizionò a pochi metri da me. Io, nel corso delle mie serate, sono solito prendere alcune pause per andare in giro fra i clienti, parlare con loro. Sai ci scappa la richiesta, accompagnata sempre da una bella mancia. Mi fermai anche al tavolo di Joel. Mi chiese che tipo di piano suonavo. Parlava un po’ in italiano. Torno al mio posto e riprendo a suonare quando arriva la ragazza della reception che mi invita a smettere perché alcuni clienti avevano chiesto un po’ di silenzio. Proprio in quel momento, Billy Joel si alza dal tavolino, viene da me, si siede al piano e comincia a suonare. “Mister Joel, no play”, gli intima la receptionist. E dopo tre minuti si è dovuto fermare. Restammo tutta la notte a parlare di pomodori e vino. L’indomani si affittò una Vespa e si girò tutta la costa».

Il “maestro” Billy Joel è citato con la sua classica Just the way you are nell’album che Antonello Tonna si è voluto regalare per i suoi quarant’anni di piano bar. Il disco s’intitola Waves, tributo a quel mare che lo ha accompagnato nelle sue avventure a bordo delle navi, sulle terrazze degli hotel o nei locali notturni della costa jonica. Omaggio agli amati “evergreen” sui quali Antonello Tonna costruisce le sue esibizioni: Beatles, Elton John, Gershwin, Bacharach, Ennio Morricone, Vangelis, Jobim, tutti in versione per solo pianoforte, fatta eccezione per l’inedito Saturday Grey, in cui appaiono un basso e una batteria elettronica.

Grandi assenti gli autori italiani, anche se non mancano mai nelle scalette delle serate. Anzi. «Una delle canzoni più richieste e che ho più suonato nella mia carriera è Ancora di Edoardo De Crescenzo», rivela. Perché il pianista acese ha un repertorio sconfinato, che spazia da Joe Zawinul alla bossa nova, dal blues alla canzone d’autore italiana, dalla dance al dancing, dal soul alle colonne sonore. «Una signora una volta mi disse: “Maestro, la sua musica è da jeans e da smoking”. È forse il più bel complimento che ho ricevuto».

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