Le ultime ore di lezione preparate meticolosamente. I volti distratti e apatici degli studenti. La consapevolezza che non sempre è possibile raccogliere i frutti sperati, ma che vale sempre la pena seminare. Ecco il racconto di un professore e dell’ultima campanella di un anno scolastico sui generis

La lezione l’ho preparata a dovere. L’opera mi appassiona e la segregazione domestica da Covid mi ha concesso tutto il tempo necessario per approfondire sul web le note biografiche di questo eccezionale autore della letteratura inglese.
Il PowerPoint preparato potrà forse non competere con i programmi di Rai scuola, io, però, ho il vantaggio di conoscere i miei ragazzi. Diapositive con immagini reperite in rete, contenuti essenziali, video con brano musicale, domanda finale per spalancarli a un giudizio personale. Non può andare male!

Ecco: ore 10.10! Lancio il link di Zoom sul gruppo-classe WhatsApp. Si collegano. La waiting room si riempie dei nomi che conosco. “Admit”! “Here we go!”, la lezione può iniziare. Sullo schermo, i volti seri dei miei alunni. Tutti in silenzio. Inizio! L’esordio è deciso e baldanzoso. Dopo un po’, però, il virus del dubbio si insinua tra le mie parole. Mi stanno seguendo? Attraverso la telecamera cerco di instaurare un contatto visivo che mi rassicuri. Alcuni volti sullo schermo sono scomparsi e il nome, o la foto, che campeggia a indicare una connessione in atto, non mi comunica la certezza di cui ho bisogno. Una sensazione di vuoto invade lo stomaco.

“Am I right Martina?”, “Sei d’accordo?”. Martina solleva la testa come se mi scorgesse intento a curiosare alle sue spalle nella chat segreta con la sua amica del cuore. “Sisi” mi rassicura, confermando i miei dubbi. Magari mi sbaglio.
L’idea che i miei alunni possano pensare che basterà riprendere i contenuti nel libro di testo, mi ferisce. Reagisco. Le ultime diapositive sono quelle in cui mostro la pertinenza dell’opera col momento difficile che stiamo attraversando, qui mi gioco le ultime carte. Ritrovo il tono dell’entusiasmo esortandoli all’attenzione sulla parte in cui tutto il percorso proposto culmina nelle parole dell’autore.
“Prof”, mi stoppa Federica. “Si?” “La professoressa Lamiaoraèsacra ci ha già inviato il link e ci aspetta”. Di già? Possibile? “Ok – il tono è rassegnato – riprendiamo da qui la prossima volta”.

Le finestre con i volti dei miei alunni si chiudono una ad una sullo schermo. Resta la mia faccia, full screen. Mi guardo negli occhi perplesso. Mi viene in mente una famosa poesia di Eugenio Montale. Dopo avere preparato ogni dettaglio del suo viaggio, orari, coincidenze, pernottamenti e valute necessarie, il poeta confessa: “E poi si parte e tutto è O.K. e tutto è per il meglio e inutile”. Ho la stessa sensazione.
Solo che in me essa sorge alla fine di quel viaggio sui generis che è un’ora di lezione. Quaranta minuti secchi in cui ho provato a farli incontrare con un genio dell’umano. Uno seguendo il quale, si può ritrovare sé stessi. Quale utilità ha avuto questo anno di scuola, adesso che un click ne ha decretato la fine al posto del suono dell’ultima campanella? È necessario che il dubbio divenga problema perché il sospetto e il cinismo non vengano percepiti come la forma più autentica di realismo, innanzi tutto da me.

Che ne è stato dunque del mio viaggio?
Non è stato un tempo perduto. In questi mesi, quei volti dietro allo schermo non hanno smesso per un attimo di interpellarmi. Il compito dell’insegnante è rimasto lo stesso, credo, anche nella distanza. Quello di seminare. Il raccolto spetta ad altri.
In fondo cerchiamo solo di porre le condizioni per un incontro: quello che può accadere tra questi tipi umani maldestramente scaltri, un po’ pigri, fragili (e tuttavia capaci di sorprenderci dell’esatto contrario), con un significato, con una storia, con un grande autore.

Un incontro che potrà produrre dei frutti che non sapremmo neppure immaginare oppure un bel nulla. È un’educazione alla gratuità ciò a cui ci richiama il nostro mestiere, tanto più in questa singolare condizione.
“E ora, che ne sarà/del mio viaggio?” – si chiedeva infine Montale- Troppo accuratamente l’ho studiato/senza saperne nulla. Un imprevisto/è la sola speranza. Ma mi dicono/ che è una stoltezza dirselo”.
Anche noi Prof. coltiviamo imprevisti, desiderando generare speranze più forti dei virus.