«Sono come tu mi vuoi. E t’amo come non ho amato mai». Nell’incipit di uno dei brani più celebri che la voce inimitabile di Mina abbia saputo nobilitare – scritto per lei dal maestro Bruno Canfora e pubblicato nel 1966 – si cela una verità apparentemente intuitiva: l’amore è un padrone che non fa prigionieri. È nella sua natura atterrire, radere al suolo certezze e abitudini, sparigliare la logica in favore dell’impronosticabile. Divinità della metamorfosi dal potere incontrastato, soprannaturale dimostrazione di meraviglia, novella Medusa dallo sguardo pietrificante che ti lascia in dote null’altro se non un inno alla pietà. “Come tu mi vuoi”, appunto. Difficile a credersi, tuttavia, quando si prendono in considerazione figure tradizionalmente associate ad un temperamento burbero e scontroso, ad una endemica ed incurabile misantropia. È il caso del nostro Federico De Roberto, consegnato alla memoria collettiva dalla lucida amarezza con cui seppe svelare gli intrecci sotterranei, le storture e le prepotenze dell’Italia post-unitaria, nonché per la profonda sfiducia che ripose nell’avanzare della storia, nell’idea abbacinante ma illusoria del progresso, eppure tenerissimo e disperato amante, capace di profondere nelle sue lettere una dolcezza dai toni lirici.

Ma chi riuscì a fare tanta breccia nel cuore nel cuore dell’autore de I Viceré? Chi fu la musa capace di portare alla luce le sue più recondite fragilità? Si trattava della di Ernesta Valle Ribera, con la quale De Roberto intrattenne un fittissimo carteggio dal 1897 al 1916, nonostante la nobildonna – pur infelice a causa della possessività del marito – fosse legata all’avvocato Guido Ribera. A rendere questo vastissimo epistolario (composto da più di 700 missive e ordinato da Sarah Zappulla Muscarà ed Enzo Zappulla nel testo Si dubita sempre delle cose più belle. Parole d’amore e di letteratura, edito da Bompiani nel 2014) una testimonianza dal valore inestimabile non è soltanto la ricostruzione del contesto culturale di fine Ottocento o gli aneddoti di vita personale di De Roberto, quanto piuttosto l’atmosfera complessiva che ammanta il dialogo tra i due amanti. Legati da un cerimoniale passionale che sfiora le vette del sacro, guidati dalla ferrea convinzione che la loro unione fosse stata predisposta dalla compassione del fato, mostrano, infatti, una struggente interdipendenza, un bisogno carnale eppure fanciullesco di immaginarsi vicini e complici. Come dimostra, ad esempio, la lettera che De Roberto spedisce alla sua Renata (così ribattezzata a simboleggiare la rinascita amorosa di cui era stata protagonista) il 21 ottobre 1897: «Ma io, Renata, io che dubito di tante cose… io ho una certezza, salda, incrollabile, superba: che l’amore tuo sarà la consolazione di tutta la mia vita, che assorbirà tutte quante le mie potenze affettive, tutta quanta la mia capacità di amare. Renata, Renata bella, Renata buona, ti stringo fra le braccia sino a soffocarti, ti sollevo di peso, incollo le labbra sulle tue labbra, ti bevo l’anima, la vita, ti bevo tutta quanta»; o quella del 25 novembre dello stesso anno, nella quale Ernesta confessa all’amato la sua vibrante lacerazione: «A te il bacio che mi fa impazzire, a te tutti i miei baci, a te solo tutto l’amor mio. Non so più dirti “taci” non so più respingere le tue carezze, anche da lontano esse si posano davvero sulla mia carne, sento una fiamma salirmi al viso, passarmi per ogni vena, ancora mi scuoto e fremo vinta e beata!». È la sigla infuocata di un amore totalizzante perché mai del tutto realizzabile, di un sentimento che non refrigera ma consuma. Così, del resto, sentenzia De Roberto l’1 febbraio 1898: «Quanto tu mi dici cose come quelle che m’hai dette iersera, la tentazione di morire con te è troppo forte, è troppo dolce, è troppo voluttuosa, mi fa impazzire, mi fa tremare, mi acceca. A te il midollo delle mie ossa, fino all’ultima goccia».

E dire che molte di queste epistole rischiarono di non giungere fino a noi. Se oggi ci è concesso conoscere un De Roberto alternativo, è merito della nipote, che saggiamente le conservò disattendendo le intenzione dello stesso autore, che così scriveva: «Che cosa fare delle lettere d’amore prima di morire? Come rassegnarsi a distruggere con le proprie mani quei documenti in cui è la prova che si è vissuto? Non sarebbe un morire presto?…». Su un punto, però, De Roberto aveva ragione: gli uomini muoiono presto, troppo presto senza il privilegio di aver amato. Fortuna che alcuni, come lui, hanno trovato la formula dell’immortalità.

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