Tra le tante donne che affollano le vicende del Commissario, la sua storica compagna è di certo la più speciale. A differenza di come molti la descrivono, passiva e inespressiva, il suo amore ricuce ogni ferita e il suo coraggio, silenzioso, emerge sempre al momento giusto

Salvo Montalbano e le donne. Un binomio esplosivo, tanto intricato quanto sofferto e pericoloso. L’irresistibile fascino che la figura femminile riesce ad esercitare sulla creatura di Andrea Camilleri è diventato, negli anni, uno stilema narrativo imprescindibile: appartiene al mito che la serie ha saputo cementare mattone dopo mattone, all’epopea di un professionista e di uomo più sfaccettato di quanto un fugace sguardo potrebbe rivelare. E appartiene, inevitabilmente, al suo stesso creatore, ammaliato dalla conturbanza di alcune femmes fatales, nonché dalla saldezza di spirito con cui alcune donne di vecchio stampo si confrontano con le conseguenze di crimini efferati. Eppure, in questo caleidoscopio di marca femminile, a fare da collante in tutte le vicende di Montalbano – talvolta sullo sfondo di una lontananza nostalgica, altre volte decisamente in primo piano e persino funzionale allo svolgimento della trama – ve ne è una sola: Livia, compagna e confidente di una vita. Benché non sempre i lettori e gli spettatori le abbiano riconosciuto la dovuta considerazione, e benché lo stesso Commissario sia di frequente colpevolmente incostante nei sui riguardi, le storie narrate non avrebbero seguito lo stesso corso. E probabilmente non avrebbero avuto lo stesso successo.

Ma perché, si chiederà qualcuno, fare del revisionismo su un personaggio che apparentemente non rende giustizia al mondo femminile? Che con la sua inerte passività, la sua malcelata freddezza, sembra più una succube che un paradigma da emulare? Montalbano, è vero, sembra approfittarsi di questo genere di mitezza attraverso le modalità più svariate: scappatelle reiterate, ostinazione nel rimanere fedele alla sua idea di amore a distanza, infantile e inopportuna gelosia. E Livia, dal canto suo, sembra non risentirne mai seriamente: ma è davvero un pupazzo nelle mani del destino? Una cieca vittima dei capricci di Cupido, disposta ad annullarsi pur di vivere un legame fragile ed illusorio? Per rispondere a tali quesiti, potremmo cominciare dalle parole che la stessa Livia dedica al suo amato in una lettera, contenuta ne Il cane di terracotta: «Quando leggerai questa lettera, sarò lontana. Al Nord, come sempre… E tu nella tua Sicilia. È questo il nostro destino. L’altra notte mi hai portata davanti alla tomba di quei due giovani amanti assassinati cinquant’anni fa (gli scheletri che Montalbano trova in una grotta durante la sua indagine, ndr): e lì ho capito che ti amo ancora. Ho capito che il tuo egoismo e le mie paure non hanno vinto. Il mio amore è là, resiste al tempo. E ogni notte nella mia casa, io aspetto la tua telefonata. pronta a correre ancora una volta da te. Perché oggi, come ieri e come domani… Io ti amo». Sì, Livia compie dei sacrifici: ma è questo, spesso, il volto che il vero amore deve assumere. La sua flessibilità non va confusa con mancanza di inerzia, con disperata rassegnazione. Perché amare significa sapere: e Livia sa essere esattamente la donna giusta per il Commissario. Con tutto quello che ciò comporta.

Livia sa intuire la tristezza di Montalbano da un flebile indizio della voce, al telefono; la sua lontananza geografica non è sinonimo di arrendevolezza, ma di profonda empatia: l’uomo che ama non può essere sradicato dalla sua terra natale, sottratto alle abitudini che ne hanno forgiato i pregi. Livia percepisce, anche quando non lo dà a vedere, le ondulazioni del Commissario, il suo bisogno di un affetto che mitighi la cupezza di un mestiere maledetto, o le piaghe in un cuore avvelenato dalla sensazione del fallimento. A volte basta un lungo silenzio, sul divano, per riempire di sentimento una sera di vuoto. Ogni volta che Montalbano perde la trebisonda, del resto, il bisogno dell’unica donna che sappia stargli accanto senza chiedere nulla in cambio lo trafigge con forza sempre crescente, fino alla tentazione di raggiungerla dall’altro lato dell’Italia. Perciò, ogniqualvolta ci sembrerà di vedere in Livia l’opaca controfigura di un’amante, ogni qualvolta il rifiuto di Montalbano a considerare l’idea del matrimonio ci apparirà come una sopercheria a cui nessuna donna dovrebbe sottostare, bisognerebbe ricordarsi che l’amore è incontro. È reciproca rinuncia al conflitto, sforzo titanico per smussare la distonia in peculiare armonia. Così, di volta in volta, Montalbano scopre il vero amore scontando i suoi errori: cercando il bagliore della passione negli occhi di un’altra. E scontrandosi sempre con un’unico muro: il ricordo di chi, da una vita, sa perdonare.