«I teatri normalmente sono luoghi di rappresentazione di spettacoli, ma lo Stabile non si limita a ciò: vogliamo fare di questo spazio una casa degli artisti, con progetti che diano misura di quanto il Teatro Stabile di Catania sia vivo». Iniziative come la mostra “Di ferro, di rose, di ombre”, che la direttrice Laura Sicignano ha accolto nel suo teatro con l’obiettivo suddetto di renderlo ancora più vitale di quanto sia già. L’installazione, visibile nel Ridotto del Teatro Verga dal 13 al 28 ottobre negli orari di apertura del botteghino, è stata realizzate dalle MaleTinte, collettivo tutto al femminile composto da Annachiara Di Pietro, Valeria Cariglia SinMetro, Martina Grasso, UtaDag, Iolanda Mariella, Claudia Corona, Francesca Franco, Irene Catania, Alice Valenti, Marinella Riccobene, Agata Vitale, Monica Saso e Lydia Giordano. «Queste donne – elogia la Sicignano – hanno già realizzato il murales “oMaggio” che abbellisce la parete esterna del teatro, svecchiandolo, e per farlo hanno lavorato con 42 gradi insieme agli studenti dell’Accademia delle Belle Arti». Un’iniziativa che dà seguito ad un periodo di particolare fermento per il teatro cittadino, come conferma la sua vicepresidente la professoressa Lina Scalisi: «Questo evento si aggiunge in una sola settimana alla ripresa delle lezioni in presenza in Accademia e all’apertura della Sala Futura: sette giorni di intense emozioni».

La direttrice dello Stabile Laura Sicignano | Ph. Antonio Parrinello

Senso etico, responsabilità e bellezza. La mostra è ispirata al tema “Donne in guerra”, che è anche il titolo di uno spettacolo in programma fino al 29 ottobre. «Per rappresentare questa tematica – spiega Lydia Giordano a nome del collettivo – abbiamo pensato di frugare tra le rovine, recuperando il materiale scenico in disuso nei laboratori della Zia Lisa, mettendo le mani in punti da cui tutti sarebbero voluti scappare». L’idea di dare nuova vita a oggetti abbandonati nasce dalla voglia di trasmettere un messaggio di eticità e responsabilità: «Puntare al riciclo ed evitare gli sprechi è un dovere morale: il Teatro Stabile usufruisce di finanziamenti pubblici e non può permettersi di mandare in rovina quanto realizzato con questi fondi» spiega la Sicignano. «Abbiamo prodotto bellezza in modo etico: – continua la direttrice –  non solo queste ragazze hanno recuperato i manufatti, ma con essi hanno reso magico uno spazio del Verga non sfruttato, facendo del Ridotto un giardino delle meraviglie».

Parte del collettivo MaleTinte | Ph. Antonio Parrinello
Ph. Antonio Parrinello

Compagne di vita e di guerra. La mostra “Di ferro, di rose, di ombre” nasce dall’intesa tra le MaleTinte e Laura Sicignano: «La proposta di svecchiare il teatro e arricchirlo – spiega Lydia Giordano – è stata accolta da me e dalle mie compagne d’avventura come una necessità. Per farlo abbiamo attinto dal ripostiglio, contraddistinto dal caos di un luogo bellico, e abbiamo scelto due oggetti a testa, non di più». Tredici donne, le componenti del collettivo, 26 oggetti scenici a cui dare nuova vita con creatività: «Non è stato facile sbrogliare i fili di 13 teste esplosive e tesserli tra loro: noi compagne di guerra siamo andate avanti con la forza dell’arte e del pensiero per ognuno di voi spettatori» racconta Lydia Giordano. L’allestimento della mostra ha sfruttato nei suoi momenti preparatori anche uno spazio comune quale la Palestra Lupo, nel cuore della città, di cui le ragazze hanno usufruito per mettere in ordine gli oggetti raccolti e disporli in “isole di senso”: «Abbiamo riordinato il materiale per far sì che la gente potesse giocarvi di nuovo, in questa mostra interattiva che è un viaggio tra luci e ombre in un giardino delle rovine. Rovine che ci ha lasciato chi ora non c’è più, ma che con questi lasciti è stato comunque nostro compagno d’avventura» afferma Lydia con un pensiero rivolto ai suoi genitori, Mariella Lo Giudice e Angelo Giordano.

Dal caos al convivio. La mostra è un percorso in penombra tra riflessi di specchi, ferri abbandonati, oggetti teatrali in disuso da decenni e video dal forte impatto. Un viaggio tra le rovine concluso con un messaggio di speranza: «Abbiamo deciso di offrire al termine della visita del pane personalmente affettato da un’unica pagnotta, simbolo di condivisione, e dell’uva, emblema dell’ebbrezza. Un invito alla convivialità, un ricordo dell’odore del pane impastato con energia, che sfama nella povertà, unito alla frutta, simbolo di fertilità» conclude Lydia.

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