Se c’è un aspetto, su tutti, che ha sempre contraddistinto la figura del letterato nel corso dei secoli, senza dubbio è la sua capacità di immaginare orizzonti inattesi, di tratteggiare con passione e precisione mondi invisibili all’occhio comune, di anticipare i tempi con una sapienza quasi prefigurativa. Somigliano, questi acrobati della parola, a lungimiranti profeti, divisi tra la certezza del loro sentire e l’inadeguatezza dei propri interlocutori, che spesso ha finito per oscurare, quando non sbeffeggiare, le loro poderose intuizioni. Basti pensare a tutti quegli autori che hanno rincorso la chimera dell’Unità d’Italia, agli scenari apocalittici annunciati da Svevo che sembrano dipingere sinistramente i disastri atomici di Hiroshima e Nagasaki, fino agli strali più recenti lanciati da Pasolini contro la società dei consumi. Anche in Sicilia non faremmo fatica ad elencare illustri esempi di menti proiettate con coraggio nel futuro. Eppure c’è un nome che, inevitabilmente, svetta sugli altri in questo particolare ambito: quello di Giuseppe Antonio Borgese.

Un nome troppe volte colpevolmente dimenticato o sottostimato, quello del professore classe 1882 originario di Polizzi Generosa, vero e proprio cardine – al pari di figure come quelle di Pavese e Calvino – della cultura internazionale del ‘900. Un Cyrano della contemporaneità, che prende vita dai versi di Rostand e dalle note di Guccini, dotato di un ingegno e di una forza d’animo strabordanti. Perché Borgese non fu soltanto un fine romanziere e poeta, nonché un critico letterario sublime che sapeva spaziare con lo stesso agio tra l’analisi di D’Annunzio e quella di Dostoevskij, ma anche un instancabile attivista, capace di tramutare un esilio imposto in un sentimento di cittadinanza universale. Era, infatti, il luglio del 1931 quando la prestigiosa Università di Berkeley, in California, lo aveva convocato per un ciclo di lezioni (era stato docente di Estetica e Storia della critica a Milano e poi di Letteratura tedesca alla Sapienza di Roma). Quell’anno fu un vero spartiacque, sia per la sua vita che per la storia italiana: qualche mese prima, i suoi studenti erano stati violentemente picchiati da un’imboscata delle squadriglie fasciste, mentre ad agosto il regime aveva imposto il giuramento – e quindi l’affiliazione – a tutti i professori universitari. Su più di 1200 insegnanti, solo 13 rifiutarono. Borgese era tra questi. Dagli Stati Uniti cominciò una lotta senza quartiere alla barbarie fascista: nel 1937 fu lui a fondare la Mazzini Society, con la quale non soltanto si ribadiva con forza la necessità di difendere i valori democratici, ma che intendeva anche scuotere l’opinione pubblica americana in merito alle spregevoli pratiche dei regimi totalitari europei ed accogliere coloro che erano stati costretti a fuggire. Anni di riflessione e di nuove consapevolezze, che lo portarono all’elaborazione di un progetto solidale grandioso.

Nel 1945, immediatamente dopo la fine della Seconda guerra mondiale, di fronte ad un mondo ridotto in cenere e macerie dai bombardamenti, mentre già nuove fazioni contrapposte cominciavano a delinearsi (la Germania veniva divisa in 4 aree di influenza e i blocchi USA-URSS gettavano i presupposti per la futura Guerra Fredda), Borgese fu il motore di un nuovo modo di pensare, che ancora oggi appare non soltanto incredibilmente innovativo, ma anche umanissimo. Il progetto si chiamava Committee to Frame a World Constitution, ovvero Comitato per la Costituzione mondiale e auspicava la nascita di un governo sovranazionale, capace di oltrepassare ogni nocivo individualismo e di unire il genere umano sotto le insegne non dell’opportunismo, ma del reciproco sostegno, del riconoscersi preziosi l’un per l’altro, della pace. Così recitava un passaggio del manifesto, che ci permettiamo di tradurre dall’inglese: «Bisogna che finisca l’era delle nazioni e che cominci l’era dell’umanità; i governi delle nazioni hanno deciso di riunire le loro sovranità in un unico governo di giustizia, al quale lasciano il passo. La giustizia è il presupposto della pace, e pace e giustizia resistono o cadono insieme». Un proposito che, nel 1952, gli valse la proposta di nomina al Premio Nobel per la pace. E dire che in gioventù era stato un convinto sostenitore della partecipazione italiana alla Prima guerra mondiale.

Mentre tutti, a ragione, ricordano il Manifesto di Ventotene del 1941 come primo fondamento dell’Unione Europea, pochi ricordano di menzionare l’utopia di più ampio respiro di Borgese, vera e propria risposta compassionevole alle piaghe di un mondo ferito. Quasi 40 anni prima di John Lennon e della sua Imagine, più di 20 prima delle proteste sessantottine, tre anni prima della Dichiarazione Universale dei diritti umani promulgata dalle Nazioni Unite, l’intellettuale siciliano si era battuto per un’idea di mondo in cui la comunità fosse al servizio del singolo e viceversa; in cui le differenze sociali, religiose, geografiche perdevano il loro presunto significato in nome di ciò che di più sacro esiste e accomuna gli uomini del pianeta: la difesa della vita. Un’idea di cooperazione internazionale sentita, priva di ogni formalismo, che a più di 70 anni, mentre populismi e tensioni internazionali si fanno largo, non siamo ancora minimamente riusciti a realizzare e che ci spinge a riascoltare quel monito. E a sperare che prima o poi qualcuno accolga quell’eredità.

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