Brancati, il volto accogliente della falsità e l’importanza del tempo che non ritorna

In un mondo legato all’utile e all’ipocrisia, la più grande tragedia è donarsi a chi non dà il giusto valore alla nostra presenza. Lo scrittore siciliano rifletté su questa dura verità con il racconto “In cerca di un sì”, nel quale il giovane Riccardo sogna di ritrovarsi in Cielo dopo una prematura scomparsa. E quando gli viene chiesto di trovare un amico che possa favorire il suo ritorno sulla Terra, una seconda possibilità, tutti si rifiutano. Ma è proprio quando la realtà ci colpisce duramente che la rinascita può iniziare

Aprire gli occhi può rivelarsi doloroso. Forse perché è la verità, di per sé, a possedere questo carattere. Specie quando la sua manifestazione è repentina, travolgente, contraria ad ogni convinzione che fino a quello specifico istante aveva sostenuto il nostro cammino. E la tentazione, dinanzi a questo necessario sconvolgimento, è quella di ripercorrere la corrente della nostra vita. Rievocare, passo dopo passo, come un nastro trasportatore il cui verso sia stato misteriosamente invertito, le scelte, i bivi, gli incroci e le congiunture che ci hanno condotto fino a quel punto di osservazione. Come se gettare lo sguardo indietro, sovrapporre la mente a ciò che è già accaduto, potesse consentirci di individuare con millimetrica precisione il momento in cui qualcosa si è spezzato. In cui il corso degli eventi e dei pensieri ha subito un’impercettibile, ma fondamentale, alterazione. Sono le relazioni con gli altri, ciò verso cui il nostro rimpianto indagatore tende a spingerci. Verso tutte quelle volte che abbiamo elargito fiducia senza chiedere nulla in cambio, che abbiamo dato per scontata, nel bene e nel male, la presenza di qualcuno al nostro fianco a prescindere dalle circostanze. Verso il tempo irrimediabilmente sprecato. Un po’ come si ritrova a fare, nel contesto fittizio e onirico di una novella, il giovane Riccardo, protagonista del racconto di Vitaliano Brancati In cerca di un sì (1939) che dà il titolo anche all’omonima raccolta. Prigioniero di un sogno, appunto, in cui è scomparso prematuramente a causa di un incidente e la sua anima si ritrova accolta alle soglie del Cielo, tra miliardi di volti sconosciuti che, pur condividendone la sorte, lo ignorano. Persino gli addetti alla sua accoglienza, che Brancati indica con raffinato ed ironico compiacimento Il Gran Segretario e l’Angelo Usciere, sembrano volerlo liquidare con sbrigativa indifferenza. Almeno finché la narrazione non regala al lettore – e allo stesso protagonista – un’alternativa inattesa. Una prospettiva bifronte, capace di svelare contemporaneamente tutta la sua drammaticità e tutto il suo potenziale trasformativo.

Riccardo, infatti, è sopraffatto dalla «nostalgia per la vita». Rimpiange, chissà, tutto ciò che non ha fatto, tutti i passi trattenuti per timore, tutti i desideri accuratamente costruiti e mai concretizzati. Vorrebbe, ora che il limite gli appare così prossimo, poter valicare l’impossibile, rituffarsi in una dimensione che non gli appartiene più, gettare il più lontano possibile ogni forma di rimpianto. Il Cielo sembra volergli venire incontro, garantendogli una seconda possibilità sulla Terra a patto che riesca, in un rotolo appositamente rilegato per l’occasione, a garantirsi l’approvazione di almeno una delle persone a lui più vicine in vita. Quello che, tuttavia, parrebbe essere il passaggio più semplice, si rivela in realtà un crocevia carico di delusioni. Dinanzi agli occhi del protagonista si dipana un campionario di figure ambigue, di maschere adornate di ipocrisia, di rivelazioni tutt’altro che attese. Nessuno è, in ultimo, disposto a scrivere sul rotolo il proprio “sì”: non l’indolente Luigi, troppo impegnato ad autocommiserarsi; non Leone e la sua mente votata alla speculazione filosofica, ingabbiato da un ego troppo ingombrante per accorgersi dei bisogni altrui; non il professor Resegoni, noto per una cordialità che si rivela null’altro che una piacevole facciata. La ricerca di un sentimento autentico, di una sincera disponibilità a mettersi in discussione per il bene del prossimo, è per Riccardo una strada senza sbocchi. Un vuoto perenne nel quale anni di illusoria condivisione sprofondano al cospetto di una realtà dura da digerire. Il sogno, mestamente, non può che giungere al termine. Con il protagonista, spalle al muro, condannato alla sorte che tutti gli uomini, esaurito il loro tempo, devono affrontare. «Riccardo dovette svegliarsi, e svegliarsi davvero, e svegliarsi fino in fondo: tanto che non si trovò più nell’anticamera celeste, ma in quella terrena del commendatore, sotto quadri secenteschi; e l’usciere, che lo scuoteva per la spalla, non aveva di angelico che l’espressione del viso: né da maschio né da femmina».

Ma è proprio il risveglio, il brusco ritorno alla quotidianità che ne aveva tradito le attese, a rappresentare la vera svolta per Riccardo. Finalmente conscio della falsità del microcosmo che aveva modellato, libero dalle catene di legami basati su un becero utilitarismo. Di nuovo in possesso di quel tempo che, sconsideratamente, aveva consegnato a persone che si erano rifiutate di prendersene cura. Svincolato, finalmente, dall’ansia di doversi guardare le spalle. Appartato, positivamente isolato da un mondo, da una società prede senza scampo di un fatale doppiogiochismo. Convinto a rifuggire l’apparenza. Prima che un vero segretario, con in mano un rotolo dall’inchiostro indelebile, decreti l’impossibilità di scrivervi sopra.

(Immagine in copertina realizzata con OpenAI)

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Giornalista, laureato in Lettere all'Università di Catania. Al Sicilian Post cura la rubrica domenicale "Sicilitudine", che affronta con prospettive inedite e laterali la letteratura siciliana. Fin da giovanissimo ha pubblicato sulle pagine di Cultura del quotidiano "La Sicilia" di Catania.

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