Fuga dall’Etna, dipinto degli anni ’40, richiama fortemente alla memoria il capolavoro di Picasso. Ma, se entrambi raccontano la crudeltà e l’insensatezza del dolore, nel quadro del pittore siciliano si scorgono i semi di una speranza che non cede alla furia degli eventi

Un attimo. Inatteso ed interminabile. Intenso come un bagliore accecante, distruttivo come la furia del mare in burrasca. Un attimo, nel quale la piccola arroganza dell’uomo assume le sembianze di una gigante paura, in cui la sua certezza di meritare un posto nel mondo lascia il posto ad una sinistra e cieca malinconia, alla furiosa vendetta di quella madre tradita e traditrice che è la natura. Un attimo, nel quale le distanze sociali ed umane si appiattiscono di fronte al tremore sofferente dei cuori. Questo e tanto altro racconta Fuga dall’Etna, uno dei primi e più pregevoli prodotti partoriti dal genio artistico di Renato Guttuso. Un amante appassionato e straziato della propria terra, osservatore puntuale e graffiante, commosso e intransigente, che ha saputo fare della sua sicilianità un grimaldello universale, capace di indagare e scardinare ogni sfumatura dell’animo umano: dalla quiete mortifera e avvilente all’agitazione più autentica e atterrente, provocata dall’insensatezza del male. E proprio il nostro rapporto con la morte è il tema centrale del dipinto datato 1939-1940: un’esplosione di forme e di sentimenti che, curiosamente, richiama alla memoria un altro dei capolavori assoluti dell’iconografia occidentale: Guernica di Picasso.

Entrambi, infatti, non soltanto appartengono ad una stessa, drammatica temperie culturale (il dipinto dell’artista spagnolo risale all’anno 1937), ma condividono anche delle precise scelte stilistiche e tematiche. Qualcuno, del resto, ha ipotizzato che alla base dei due momenti creativi possa risiedere la familiarità con il Trionfo della Morte, oggi conservato a Palazzo Abatellis, Palermo. Guttuso e Picasso rappresentano con la stessa maestria il disperato turbinio di una realtà che si sgretola sotto il peso delle sue stesse ferite, che si dilania in frantumi irriconoscibili, sbiaditi rimasugli di un passato attratto dalle sabbie dell’oblio. Eppure, nella similarità di un tale sentire, esiste una differenza sostanziale: solo uno dei due è siciliano. La considerazione non appaia banale, né scontata: piuttosto, questo dato di fatto deve profilarsi all’attenzione dello spettatore come un’intuizione essenziale per leggere correttamente le due opere. A sancire questa distanza non è soltanto la diversa ambientazione dei soggetti, ma lo scopo ultimo dei due autori. Il dipinto di Picasso è una condanna senza possibilità di redenzione: è dominato dal bianco e nero, è espressione di un’umanità irrimediabilmente compromessa e degradata, dalle forme mostruose e spogliate di qualsiasi parvenza di civiltà, mischiata senza soluzione di continuità agli animali altrettanto sofferenti. Non è che l’annegamento nel presente di una generazione senza futuro, il grigio e colpevole volto di una guerra che sa solo impiantare i semi della caduta. Il quadro di Guttuso, invece, risplende di un’infinita varietà cromatica, e possiede un’omogeneità del tutto differente: la scena è sì confusa e trepidante, ma mai del tutto franta. Il corpo dei fuggitivi si offre all’occhio in tutta la plasticità delle sue pose, nella naturalezza e nella fierezza di chi non si abbandona alla rassegnazione. Ed è grazie a quegli stessi corpi, intrecciati e sovrapposti come fossero espressione di un unico dolore, che la corsa verso la salvezza, uccisa in Guernica, può concretizzarsi all’orizzonte. L’opera di Guttuso, non c’è dubbio, squaderna dinanzi a noi gli effetti di un’avversità atavica e indomabile, ma ci insegna anche a scovare il bene nascosto in mezzo a quel tormento.

Per questo il pittore di Bagheria non rinuncia a colorare. Nemmeno i fotogrammi della tragedia. Il colore racconta, ma sa anche rimandare: il rosso della lava che si avvicina minacciosa è anche la tonalità caratteristica di uno dei simboli della nostra terra e di rimando il colore del sangue che scorre in noi e ci mantiene vivi. Proprio accanto, il blu del mare, pronto ad ingoiare quel flusso ardente e a ristorare la pena degli scampati. Non tutti si salveranno: certamente non l’anziano signore al centro del dipinto, schiacciato dalla frenesia della turba, sacrificio quasi rituale per placare la violenza della calamità. Ma, possiamo scommetterci, molti ce la faranno. Perché il quadro non immortala soltanto un momento, ma una legge: quella della sopravvivenza siciliana, da secoli sospesa sulla scarpata della morte, sottomessa ai capricci della sorte e tuttavia mai sfregiata. La paura della morte, della perdita, della rovina accompagnano la storia della Sicilia da sempre e ne costituiscono lo scheletro, l’impulso ardito – simile a quello dei personaggi di Guttuso – di raggiungere una sponda sicura. Questo è il vero senso della tanto abusata parola resilienza: rovesciare la tavolozza dei colori là dove regna il grigio. Ricordarsi che la cenere del vulcano copre tutto con il suo manto nero: ma che poi è da lì che la vita rinasce. Più fertile e più forte.

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