Ci sono luoghi che esistono soltanto nel cuore e nei pensieri. Ineffabili, sfuggenti, affascinanti come solo i frutti dell’immaginazione sanno essere. Perfino il più folle tra gli uomini farebbe fatica a crederci, eppure rinunciare al loro miraggio è maledettamente difficile. Le utopie, in fondo, sono come le promesse: una interminabile attesa di realizzazione, un vortice ardente di sentimenti e rimpianti la accompagnano. E, talvolta, possono pure consumare chi aspira ad afferrarle. Spesso, ci vuole più coraggio nel sognare piuttosto che nell’accettare passivamente la realtà che ci si para dinanzi. Lo sa bene Ignazio Buttitta, poeta passionale e tagliente, che alla difesa degli ultimi, dei disperati, degli sfruttati, dei defraudati ha dedicato la sua vita e la sua arte. E chi meglio di un uomo abituato a scardinare le certezze dei sistemi precostituiti, ad intaccare con la sua determinazione il granitico strapotere dei signori, a prestare il proprio grido per la causa di chi non è in grado di farsi sentire, può essere ritenuto l’incarnazione della fede in un’utopia? Oggi, più che mai, questo stesso spirito, in previsione dell’anno che sta per cominciare, ci avvicina al cantore sociale di Bagheria. Il quale, con una sua lirica, illumina il nostro cammino futuro.

Correva l’anno 1972 quando alle stampe venne data, per la prima volta, Io faccio il poeta, raccolta di poesie dialettali edita da Feltrinelli e vincitrice del Premio Viareggio. Era un Buttitta maturo e stratificato, quello dell’epoca, forte di un’esperienza lirica già cinquantennale, di incontri e scontri illustri, di ferite e vicissitudini che ne avevano ulteriormente forgiato la tempra. Tuttavia, tra le pieghe della consueta verve polemica ed eversiva che caratterizzava la sua produzione, all’interno di tale raccolta si distingueva una lirica dal tocco delicato e mansueto, dalla sensibilità soffusa e malinconica, ma non per questo meno decisa nell’affermare la propria verità. Versi indimenticabili e magistralmente musicali, colmi di una saggezza ancora oggi lungimirante e impareggiabile, che ben condensano il significato del concetto di utopia e di vocazione. Il titolo? Non mi lassari sulu: «Ascutami, / parru a tia stasira/ e mi pari di parrari o munnu. / Ti vogghiu diri / di non lassàrimi sulu / nta sta strata longa / ca non finisci mai / ed havi i jorna curti. / Ti vogghiu diri / chi quattr’occhi vidinu megghiu, / chi miliuna d’occhi / vidinu chiù luntanu, / e chi lu pisu spartutu nte spaddi / è diventa leggìu. / Ti vogghiu diri / ca si t’appoji / e io m’appoju a tia / non putemu cadiri / mancu si lu furturati / nn’assicutanu a vintati. / L’aceddi volanu a sbardu, / cantanu na sbardu / nu cantu sulu è lamentu / e mori ntall’aria. / Non calari l’occhi, / ti vogghiu amicu a tavula; / e non è vero mai / ca si diversu di mia / c’allongu i vrazza / e ti chiamu: frati…». C’è tutta la purezza di quegli animi nobili che sentono proprio l’insopprimibile istinto di non lasciare indietro nessuno in questo accorato appello, intriso al tempo stesso di una triste consapevolezza. Quella che il mondo, inspiegabilmente, continua ad essere divisivo, poco inclusivo, frantumato in tante, troppe ragioni individuali, egoistiche, particolari. È il mondo delle differenze inventate, degli scontri gratuiti, della distanza ideologica e verbale, imperante da molto tempo prima che il Covid imponesse quella fisica. E, proprio per questo, più difficile da estirpare.

A questo siamo chiamati nel futuro che ci aspetta. A non invocare con impazienza il ritorno alla presunta vicinanza materiale senza prima aver maturato il desiderio di un’altra, più radicale vicinanza. Siamo chiamati alla sfida di combattere la solitudine, di mitigare odio e avversione, di imparare la comprensione, la compassione, la condivisione. Non è solo la soluzione immediata alla pandemia ciò di cui abbiamo bisogno: ma la risposta ad un malessere ancora più endemico, che non ci faccia sprofondare nel baratro dell’incertezza alla prossima difficoltà. Solo avendo coscienza che le distanze possono essere accorciate anche stando ad un metro gli uni dagli altri potremo affermare di aver dato inizio ad un anno davvero “nuovo”. E non, come diceva qualcuno, all’ennesima copia di mille riassunti.

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