Le case in fiamme, l’ululato delle sirene, donne e bambini che fuggono con quel che resta della vita infilata dentro un trolley, i carri armati nella neve e nel fango di una terra non troppo lontana. È difficile in questi primi giorni di guerra andare a scuola la mattina, spegnere il televisore, salire le scale dell’istituto con le immagini delle breaking news dei notiziari del mattino ancora negli occhi, attendere il suono di una campanella in sala professori ed entrare in classe. Non basta oggi girare pagina.

«Ragazzi, – chiedo alla mia quinta – cosa c’entra quello che sta accadendo in Ucraina con quest’ora di lezione? Se non c’entra, forse non vale la pena di stare qui a parlare di Wilde. Se la realtà che sconvolge in un attimo l’esistenza e incendia il mondo resta fuori dalle finestre della nostra classe, allora sarebbe meglio non venire a scuola». Il dramma vero di ogni ora di lezione, la possibilità, cioè, che la vita faccia irruzione tra le pareti ingiallite dell’aula che ci accoglie e si connetta con gli occhi e col cuore dei ragazzi e delle ragazze che ci stanno davanti più potentemente di ciò che si accampa sui loro smartphone, è reso solo più impellente dai razzi che illuminano la notte di Kiev.

A parlare sono le donne. Giulia interpreta la mia domanda nel senso degli effetti economici e sociali che la l’attacco russo avrà anche su di noi, ma c’è di più. «È incredibile osservare come la storia non ci abbia insegnato nulla – esclama con frustrazione Federica – Dopo la pandemia… la guerra! Ancora peggio è, però, che nessuno sia in grado di fermare tutto questo». Vallery approfondisce il concetto riportandoci a una complessità della vicenda in cui nessuno è innocente: «Non è importante dove scoppia la guerra – spiega alludendo ai tanti conflitti dimenticati– essa ci riguarda sempre tutti, perdiamo tutti, anche quando non siamo direttamente colpiti» e aggiunge: «Il meccanismo della guerra è troppo articolato per ricondurre tutto a un solo colpevole». Mi colpisce che le mie alunne non abbiano un nemico da odiare.

Ed io, cosa ho da dire alla mia classe? Ripenso a cosa mi ha permesso stamattina di fare la strada fino alla cattedra? Credo sia stata una predica. Sì, nel vortice dei messaggi, l’omelia di un sacerdote. Tra le parole che ha usato per descrivere la radice di ogni conflitto, due mi sono rimaste impresse: ragione e libertà. “La libertà senza ragione diventa arbitrio – afferma il mio amico prete – la ragione senza libertà diventa oppressione”. «Ecco – dico rivolto alla classe – in questa ora di lezione vorrei che ci educassimo a usare bene la nostra ragione e la nostra libertà, a usarle per comprendere e non per strumentalizzare, per costruire e non per distruggere, per rendere liberi gli altri e non per opprimerli. La prima battaglia è contro la nostra distrazione e la nostra indifferenza».

E non c’è bisogno di forzature per accorgersi che solo la bellezza per cui si struggeva il cuore di Oscar Wilde può soddisfare l’ansia di libertà che, dentro mille errori, dolorose approssimazioni e persino “degenerazioni”, come le chiamava lui, agita il cuore dell’uomo. Un cuore disposto ad arrendersi solo davanti alla grazia di una bellezza disarmata, ma che inesorabilmente resiste davanti all’arbitrio irragionevole di ogni forma di violenza e di menzogna.  Almeno come desiderio, come tensione, come domanda, ogni ora di lezione dovrebbe mirare a questo: costruire dentro al mondo incendiato dalla follia distruttiva, un pezzetto di realtà che, come dice Calvino, “inferno non è”.

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