Le figure di Gaber e Jannacci sono state due punti di riferimento fondamentali nel percorso artistico di Stefano Belisari, alias Elio, cantante dall’indole anarcoide che tutti conoscono come frontman del gruppo Le Storie Tese e uomo di spettacolo per le sue esibizioni sempre esilaranti e surreali in tv e a teatro. Dopo aver reso omaggio al “Signor G” nello spettacolo teatrale Il Grigio, Elio è tornato da protagonista sui palchi di rassegne ed arene estive con la nuova opera Ci vuole orecchio, tributo all’indimenticato cantautore e medico milanese che venerdì 8 luglio verrà cantato e recitato al Castello Maniace in una Siracusa distratta dal kolossal kitsch delle sfilate di Dolce & Gabbana.

Che cosa hanno in comune Ho visto un re e La canzone mononota, oppure Quelli che… e La terra dei cachi, o ancora L’Armando e Storia di un bellimbusto, le prime classici di Jannacci, le seconde hit di Elio? Molto probabilmente la gioia anarchica nell’uso della lingua, «lo sberleffo libertario» come spiega Giorgio Gallione, regista dello spettacolo.

«Con lui ci siamo incrociati negli studi Rai. Enzo bofonchiò qualcosa, io pure, lui non ha capito, io nemmeno. Sono un timido. Mai avrei avuto il coraggio di dirgli: “Sono un tuo fan”»

«Ci vuole orecchio non è un omaggio a Jannacci ma una ricostruzione di quel suo mondo di nonsense, comico e struggente», tiene a sottolineare Elio. «È un viaggio dentro le epoche di Jannacci, perché non è stato sempre uguale: tra i brani ci sono La luna è una lampadina, L’Armando, El purtava i scarp del tennis, canzoni che rido mentre le canto. Ne faccio alcune snobbate, Parlare con i limoni, Quando il sipario calerà, per esempio. Perché c’è lo Jannacci comico e quello che ti spezza il cuore di Vincenzina o Giovanni telegrafista, risate e drammi. Come è la vita: imperfetta. E nessuno meglio di chi abita nel nostro Paese lo sa. E poi il regista ha selezionato alcuni brani di Michele Serra e Umberto Eco più tre miei, che collegano il tutto».

«Mi ha sempre affascinato la dignità del comico che ha portato nella canzone d’autore e lo stile surreale della sua risata»

Il risultato è il racconto della metamorfosi di una grande città come Milano, da quella degli anni Sessanta cantata magistralmente dal grande artista originario di Lambrate, voce delle periferie, fino ai giorni nostri, attraverso una galleria di personaggi che vivono ai margini, i senza fissa dimora, i tossicodipendenti, le prostitute. Enzo Jannacci era cresciuto con Giorgio Gaber, Dario Fo, poi Adriano Celentano, Cochi e Renato ma per una intera generazione che comprende Elio, Vasco Rossi e Paolo Rossi, è un maestro, il faro che ha indicato la strada e i codici della nuova comicità e della poesia nella canzone d’autore.

Elio non ha mai incontrato Enzo, ma è «cresciuto a pane e Jannacci». Ne sentiva parlare a casa dal padre, che era stato compagno di classe di Enzo, e poi lo aveva scoperto con le canzoni in milanese. «Mi conquistarono subito. Erano divertenti e originali. Dipingevano personaggi disperati e sfortunati. Gli ultimi, non i primi. Gli antieroi, le persone comuni (L’Armando, Vincenzina…). La sua ironia amara, la sua satira sottile, sferzante, acuta e irresistibile lo portò a scrivere grandi capolavori. Vengo anch’io, Quelli che, Se me lo dicevi prima, sono solo i primi che mi vengono in mente», ricorda il frontman del gruppo Le Storie Tese. «Con lui ci siamo incrociati negli studi Rai. Enzo bofonchiò qualcosa, io pure, lui non ha capito, io nemmeno. Sono un timido. Mai avrei avuto il coraggio di dirgli: “Sono un tuo fan”». Questo è stato l’unico contatto tra Elio ed Enzo, come ha rivelato in una intervista. Aggiungendo: «Mi ha sempre affascinato la dignità del comico che ha portato nella canzone d’autore e lo stile surreale della sua risata, che poi era il clima del Derby, il cabaret di Milano, che per ragioni anagrafiche ho mancato».

Alcuni degli elementi delle canzoni del medico-cantautore li possiamo rintracciare in diversi brani dell’ingegnere-cantautore. «Sicuramente, in Silvano di Enzo si può ritrovare la nostra stessa passione per il nonsense o anche per le parole gettate così, solo per il suono che hanno, tutte cose che mi hanno sempre attirato. Ma ci sono molte altre sue canzoni nelle quali mi riconosco. A me piacciono quelle in cui Jannacci racconta delle storie. Ad esempio, in questo spettacolo, presentiamo Aveva un taxi nero che oltretutto ha il testo di Dario Fo e che fa molto ridere, è una storia fantastica».

Al suo fianco Elio questa volta non avrà i suoi abituali compagni di avventura Le Storie Tese, ma una formazione di cinque musicisti: Alberto Tafuri (pianoforte), Martino Malacrida (batteria), Pietro Martinelli (basso), Sophia Tomelleri (sassofono), Giulio Tullio (trombone). Un ensemble che odora di jazz, come di jazz in certi passaggi erano intrise le canzoni del medico-cantautore milanese.

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