Ci sono occasioni in cui la storia, per dipanare il proprio corso, si serve dell’ausilio di ombre luminose e geniali. Individui eccezionali, avvolti in una affascinante cappa di mistero, transitati fulmineamente in un determinato tempo e in un determinato spazio e poi, altrettanto repentinamente, svaniti in una coltre di indeterminatezza da cui solo le loro leggendarie gesta sanno parzialmente sottrarli. La storia della letteratura, in questo senso, non fa certo eccezione. Tra le sue pieghe, infatti, si affollano schiere di paladini senza nome, versi pregiati alla disperata ricerca di un padrone, frammenti d’inchiostro che attendono l’agognata ricomposizione. Ma anche anomale eccezioni, singole e permanenti intuizioni, indizi di grandezza vaghi eppure rocambolescamente afferrabili. A queste flebili tracce generazioni di autorevoli studiosi hanno dovuto affidare le loro speranze per districarsi tra le origini della nostra letteratura e dare un volto allo straordinario autore di Rosa fresca aulentissima, uno dei più celebri componimenti poetici partoriti da un isolano e certamente immancabile tappa di qualsiasi antologia nazionale. Di Cielo d’Alcamo, infatti, a cui ormai viene quasi universalmente riconosciuta la paternità. nel corso degli anni abbiamo appreso poco, e per di più faticosamente. E certo non consola considerare che, forse, ciò che crediamo di avere acquisito è in realtà lontano dalla verità. Ma a cosa è dovuta la messe di contributi critici su questo singolare personaggio? E perché l’unica opera che ci sia giunta in associazione al suo nome si è ritagliata un ruolo di primo piano sulla scena letteraria?

Per avere una dimensione di quanto il lungo dibattito intorno a Cielo e al suo Contrasto sia giustificato, bisogna, innanzitutto, leggere attentamente le fonti pervenuteci. Il manoscritto più rilevante ai fini della ricostruzione filologica della poesia medievale, il Vaticano Latino 3793 conservato – come il nome ben suggerisce – nella Biblioteca Apostolica Vaticana, colloca l’opera di Cielo d’Alcamo in una posizione tutt’altro che casuale: così come l’apertura della raccolta è dedicata a Giacomo da Lentini, inventore del sonetto e assoluta autorità lirica del pre-stilnovismo, allo stesso modo Rosa fresca aulentissima occupa l’incipit del quarto fascicolo, in quanto riconosciuto come esempio più fulgido della poesia di stile “medio”. Nonostante ciò, all’interno del manoscritto, in corrispondenza delle pagine che riportano il testo, non è contenuta alcuna indicazione onomastica relativa all’autore. Fu l’umanista Angelo Colocci, nel ‘500, – attraverso fonti di cui oggi è complesso ricostruire la provenienza – ad apporre a mo’ di annotazione il nome del presunto autore nell’indice che precede l’intera serie di poesie riportate dal manoscritto. Poco altro si può affermare con certezza. Fu, con molta probabilità, un giullare che ruotava attorno alla Magna Curia di Federico II (e per questo, alcuni, avanzarono l’ipotesi che il suo vero nome potesse essere Ciullo, teoria invero ormai scartata). Ma ciò non significa che sul nome e sulla provenienza si sia trovato un punto d’incontro definitivo. È plausibile che “Cielo” sia una variante di “Celi”, ipocoristico di Michele, ma non altrettanto sicura appare l’origine del cognome: davvero indicava la sua provenienza da Alcamo? Oppure, con una possibilità che metterebbe in crisi la sua sicilianità, andrebbe interpretato come “dal Camo”? D’altra parte, il camo, tra i suoi significati, aveva quello di panno associato ad un abbigliamento eccentrico, che ben si sposerebbe con la sua professione giullaresca. Una cosa, ad ogni modo, è certa la pasta linguistica di base del Contrasto è il volgare siciliano, per quanto commisto ad altre influenze, specie quella campana. Così come certo è la citazione dantesca nel De vulgari eloquentia.

Chiunque fosse Cielo, è innegabile che il testo rispecchi la raffinatezza del proprio artefice: a dispetto delle apparenze, nel dialogo erotico e giocoso tra un cavaliere e una fanciulla di umile condizione, risuonano ricercati riferimenti letterari e trovate stilistiche di carattere popolare, sapienti parodie e sincero lirismo, metafore ardite e segreti messaggi in codice provenienti dal mondo cortese. A quell’immaginario guarderanno per secoli poeti di ogni provenienza, ammaliati da quel filone introdotto in Italia proprio dall’autore di Rosa fresca aulentissima. Maestro di stile unico e inimitabile. Enigma irrisolto e inesauribile come la sua terra.

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