«Chi è privo di un mito è un uomo che non ha radici». Fu Carl Jung, celebre psicoanalista e antropologo svizzero, che alla mitologia dedicò diversi dei suoi studi, a pronunciare queste significative parole. Rivelatrici di una necessità insopprimibile, che da secoli caratterizza il genere umano: affidarsi alla fantasia della narrazione per tentare di conoscere qualcosa in più su noi stessi. I miti, del resto, un po’ come la favole per i più piccini, ci consegnano dolcemente alla complessità del mondo, alle sue regole non scritte, alla sua essenza primordiale ed eterna. Sono domande assetate di verità, intuizioni in cerca di conferma, tracce indelebili del passato che si riverberano e si rianimano continuamente nel presente, forgiando e plasmando le identità di chi ne incrocia la magia. In alcuni luoghi, queste tracce sono materialmente tangibili: è il caso della Sicilia, che sul mito ha visto costruire le sue fondamenta e che vanta, come raramente accade, una grandiosa quantità di toponimi associati alla mitologia. Tanto che, provando ad avventurarsi in un percorso di ricostruzione storica alternativo, potremmo individuarne le tappe affidandoci ai grandi narratori del mondo greco-romano e alla loro cura nel raccogliere e diffondere episodi e curiosità ancora più antiche.

Accanto al noto e celebrato mito della ninfa Aretusa – che pregò Artemide di essere tramutata in fonte per sfuggire all’amore morboso del dio Alfeo – vi è quello altrettanto emozionante (e ancora una volta di ambientazione siracusana) legato alla giovane Ciane. La quale, strenuamente, si oppose al rapimento di Core da parte di Plutone, dio degli Inferi, che non tollerando tale arroganza la tramutò in una fonte dal colore turchino. A tramandare l’episodio fu Diodoro Siculo, nel V libro della sua Biblioteca Storica: «Raccontasi, che Plutone, dopo aver rapita Core, cioè la fanciulla figlia di Cerere, avendola portata sul suo carro fino a Siracusa, aperta la terra scese con essa all’Orco, ma fece sorgere allora il fonte detto di Ciane, a cui ogni anno i Siracusani celebrano un solenne panegirico». Tuttavia, Diodoro non fa menzione di un altro personaggio fondamentale nell’economia della vicenda: quell’Anapo, disperatamente innamorato di Ciane, che scelse di assumere le medesime sembianze per ricongiungersi all’amata. Oggi, i due fiumi scorrono paralleli gettandosi nel Porto Grande di Siracusa, dopo aver attraversato le suggestive grotte di Pantalica. E che dire dell’interessante e inaspettata origine di Adrano, toponimo di un comune del catanese alle pendici dell’Etna? Secondo la leggenda, infatti, il nome che i Greci attribuirono al luogo al momento della sua fondazione rimanderebbe ad uno degli appellativi del dio del fuoco Efesto, la cui fucina è notoriamente collocata proprio nel cuore del vulcano. A tal proposito, tra storia e leggenda, Plutarco, nella Vita di Timoleonte (12,6) dedicata al condottiero che a metà del IV secolo a.C fu incaricato di scacciare i tiranni Dionisio II e Dione, racconta di uno straordinario prodigio dovuto proprio all’intervento del dio: «Gli abitanti di Adrano dopo aver aperto le porte della città si unirono a Timoleonte, raccontando con paura e meraviglia che, nell’imminenza della battaglia, i sacri portoni del tempio si erano aperti da soli, che si era vista la lancia del dio scuotersi dalla sommità della punta ed il suo volto grondare copioso sudore». Ma non è finita qui: perché da Adrano, secondo i frammenti che ci sono rimasti dalle Etnee di Eschilo e le rielaborazioni di Ovidio nelle Metamorfosi e Virgilio nell’Eneide, avrebbero avuto origine i Palici. Fratelli legati al culto dell’oltretomba, erano associati a due piccoli laghi vaporosi nei pressi di Palagonia. Fu proprio in virtù di questa sacralità che, a breve distanza, più o meno nell’area attualmente corrispondente a Mineo, venne costruita la cittadella di Paliké, un santuario di cui oggi, forse senza conoscerne l’origine, possiamo ammirare i resti archeologici. Storie affascinanti e ancora parzialmente misteriose, che, comunque, non esauriscono l’inventario di reperti mitologici a portata di mano di ogni siciliano. Si può forse ignorare l’origine del culto sicano della Grande Madre, raccontato da Pausania in Viaggio in Grecia, celato dietro l’appellativo “Iblea” della città di Megara? O, ancora, facendo un salto nella Sicilia occidentale, dimenticare «l’infelice pugna» ripercorsa da Virgilio nel V canto dell’Eneide, tra Ercole e l’eroe Erice, sconfitto e sepolto dove sorge l’attuale cittadina del trapanese?

L’area archeologica di Paliké

Così i siciliani appaiono come viandanti tra le rovine, come figli di un tempo che ha cristallizzato le sue gesta. Il mito, in Sicilia, è nella polvere che si alza passando sulle strade, nel fragile fiore che si fa spazio tra la pietra lavica, nei nomi che pronunciamo con distratta disinvoltura. Pervade sotterraneo la nostra coscienza e le nostre vene, ci appartiene e ci qualifica come un marchio di grandezza che ci obbliga ad esserne all’altezza. Il mito, in Sicilia, è più vivo che mai e ci svela come il passato, spesso, sia la strada più veloce verso il futuro.

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