«Il sonno è ciò che i siciliani vogliono». Il celebre detto del Principe di Salina è una condanna all’immobilismo per il popolo siciliano. Ma anche un invito a prendere in mano le redini del nostro destino

Il peggior nemico di un popolo è l’inerzia. La rassegnazione stagnante, mortifera. Il sentirsi perso e incapace di controbattere, di lottare per la propria libertà. Tante volte, il peggior nemico per un popolo, prima ancora che il lontano invasore, è proprio sé stesso. Il volto di un popolo diviso, gerarchizzato in potenti e diseredati, in approfittatori e depauperati, in individui indifferenti gli uni agli altri, è il volto di una collettività perdente, condannata a rimuginare sul passato, senza visioni che si affaccino sul domani. Anche il popolo siciliano appartiene a questa sventurata categoria? Se ci affidassimo con superficialità al responso proveniente dalla letteratura nostrana, probabilmente non avremmo difficoltà a dare una risposta affermativa. Del resto, opere monumentali come I Viceré di De Roberto o Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa sembrano fotografare una isola inequivocabilmente malata e perversa, decadente e arrogante. Ma proprio il romanzo che ispirato la meravigliosa trasposizione cinematografica di Visconti, tuttavia, nasconde un fondo di speranza e di positività. Una riflessione profonda e onesta su una Sicilia tanto candida nel suo spirito originario quanto imputridita dalla corruzione dei giochi di potere.

«Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi». Uno dei motti più celebri dell’intera letteratura italiana appartiene al cinico Principe di Salina Don Fabrizio Corbera, preoccupato dagli stravolgimenti politici che rischiano di condurre all’instaurazione di una repubblica e di minare il secolare potere della sua nobile dinastia. È la paralisi ciò che dà nutrimento alle divisioni, la palude in cui i potenti sguazzano sapientemente celati, o appaiati, all’occhio della giustizia. Il protagonista ne è astutamente consapevole: ma, a suo dire, c’è un altro elemento decisivo che concorre a fare della Sicilia una landa desolata senza possibilità di sviluppo, ovvero l’acquiescenza dei suoi abitanti. Appartengono ancora al Principe queste celeberrime considerazioni: «Il sonno è ciò che i siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portare loro i più bei regali. Tutte le manifestazioni siciliane sono manifestazioni oniriche, anche le più violente; la nostra sensualità è desiderio di oblio, le schioppettate e le coltellate nostre, desiderio di morte; desiderio di immobilità voluttuosa, cioè ancora di morte, la nostra pigrizia, i nostri sorbetti di scorsonera o di cannella». Il succedersi delle dominazioni, dunque, il prolungarsi delle croniche distanze tra ricchi e indigenti sarebbe da attribuire in primo luogo ad un popolo incapace di autodeterminarsi, poco lungimirante ancor meno ambiziosa accozzaglia di pretese ignare del significato di libertà. Sì, le parole del Principe Fabrizio suonano come una condanna inappellabile. Ma sono anche una scossa, un invito che non perde di validità.

Attraverso le parole del suo personaggio, Tomasi di Lampedusa aggredisce ferocemente l’egoismo dannoso di chi non conosce scrupoli per rimanere abbarbicato alla sua lussuosa poltrona, la rapacità di chi, durante le numerose e propizie occasioni di rinascita, ha soffocato tra le sue grinfie ogni possibile fioritura. Il popolo siciliano non è risparmiato dalle accuse: ma il tono dello scrittore non va interpretato come acido risentimento o come opportunistico rinnegamento. Piuttosto, è il tono severo e preoccupato di un padre che invita i suoi figli a prendere in mano il proprio destino, a non scambiare il fatalismo che ci contraddistingue per una meschina e improduttiva giustificazione alla sottomissione. Non c’è momento storico o contesto politico che non sia adatto a questo risveglio. Non è mai troppo tardi per mettersi in gioco anche quando pensiamo di avere tutto. La Sicilia che chiamiamo Paradiso non è un possesso scontato, ma qualcosa da costruire ogni giorno, e da proteggere. La nobiltà si sarà anche estinta, ma chi vive di sopraffazione no. Per questo abbiamo ancora bisogno del Gattopardo.

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