Se c’è una cosa che la letteratura continua imperterrita ad insegnare ai suoi più attenti fruitori, è che esistono connessioni che vanno al di là della nostra immaginazione. Percorsi esistenziali e tematici che, pur svolgendosi su piani diametralmente lontani, finiscono in modi sorprendenti per coincidere più di quanto gli stessi protagonisti ne siano effettivamente consapevoli. Corrispondenze biunivoche che, talvolta, partendo dal capolinea di un passato lontano si muovono silenziose su binari sotterranei per poi riaffiorare d’improvviso presso la stazione che meno ci si attenderebbe. Ugualmente pregne di significato eppure difficilmente riconoscibili nel loro continuo e fisiologico mutamento. Così accade, ad esempio, che tra gli abituali consumatori delle serie tv e delle rispettive piattaforme di streaming che le ospitano – e ancor prima delle soap opera – sappiano di dover rivolgere la loro gratitudine ai feuilleton nati in Francia tra il XVIII e il XIX secolo, e in generale alle opere a puntate su rivista, di cui Alexandre Dumas con I tre moschettieri fu pioniere e insuperabile maestro. O che, ancora, la forma del romanzo, certamente tra le più presenti nelle abitudini dei lettori di ogni tempo, debba il suo seme originario ad alcuni autori “minori” greci di età ellenistica: circa ben 12 secoli prima che Dante, con la Vita nuova, desse vita a quello che è considerato il progenitore del romanzo italiano. Accade pure che alla Sicilia spetti, tra i tanti, un altro nobile primato: quello di aver dato nel V secolo a. C i natali ai mimi, rappresentazioni farsesche che, a vario titolo, fecero da predecessori per il teatro popolare e per le novelle. Merito di Sofrone di Siracusa, eccellenza indiscussa della Magna Grecia e dell’intero mondo ellenico, di cui oggi, tra frammenti testuali e accenni biografici, resta veramente poco. E a cui, nonostante ciò, l’Occidente, tra illustri citazioni, il coinvolgimento di un celeberrimo filosofo e intuizioni che avrebbero fatto scuola, deve ancora moltissimo.

Dalla faticosa interpretazione delle porzioni di testo che sono giunte fino a noi, e dal fortunoso rinvenimento di quelle più estese appartenenti alle opere Le medichesse e Le donne che affermano di cacciare la dea (Ecate), infatti, emerge il brillante e burlesco spirito di un autore che sapeva ritrarre l’umanità del suo tempo con impietosa minuzia. Che sapeva, districandosi tra i vari tipi sociali, dal popolano al borghese, alternare al suo umorismo una critica profondamente lucida e sentita, senza filtri, fedele all’intento di restituire l’autenticità del vissuto, i suoi parossismi e i suoi momenti di leggerezza. Un’indagine quasi sociologica, quella di Sofrone, condotta con una costante e raffinata attenzione al dispiegamento di un linguaggio peculiare, rigorosamente in prosa, che inglobava i motti di spirito, le esagerazioni, gli errori e i fraintendimenti tipici dell’uso affrettato e grossolano dei ceti più bassi della popolazione. Un immergersi integrale, insomma, nell’oggetto della propria narrazione. Uno specchio fedele, a tratti impersonale, ma non per questo orfano di un’anima e di una visione ben definita, né di una inestinguibile vivacità. Vi ricorda qualcosa? Che stiate pensando alle maschere carnevalesche, alle contorte vicende della Commedia dell’Arte, al teatro contemporaneo (vero e diretto discendente dell’opera di Sofrone perché in prosa e non in versi come accadeva, ad esempio, al teatro ateniese) a Courbet, a Zola, o, soprattutto, alle novelle verghiane, siete sicuramente sulla strada giusta.

E non è un caso, dunque, che il genio siceliota fosse considerato un’autorità nel suo campo, se è vero, come testimonia lo storico Diogene Laerzio, che Platone si premurò personalmente di accoglierlo presso la sua rinomata cerchia e di introdurlo negli ambienti culturali più esclusivi di Atene. Secondo una certa linea critica, addirittura, pare che il buon Sofrone godesse di una tale stima da parte del filosofo delle idee da divenire il modello di alcuni personaggi che affollano i suoi Dialoghi. E che, anche in epoca romana, le sue imprese, soprattutto nella fase post-repubblicana, fossero oggetto privilegiato di studio. Al punto che Petronio ne avrebbe tratto a piene mani per dare vita al suo folle, sregolato, inimitabile, imperscrutabile Satyricon, il primo romanzo della letteratura latina.

Storie di primati che collimano. Che si sovrappongono e si nutrono a vicenda. Che proseguono paralleli pur scrutandosi profondamente negli occhi. Liberi di fecondare l’ingegno umano nello spazio dei millenni e dei secoli, anche quando non conoscono le coordinate da cui hanno avuto origine. In questo caso, il nome di Sofrone. Destinato, come le stelle lontane che quasi facciamo fatica ad individuare, a rimanere nel firmamento. Pronto a mostrare, di tanto in tanto, la scintillante scia del suo passaggio.

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