Così Sciascia raccontò
la sua Sicilia
sul New York Times

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Leonardo Sciascia sulle pagine del New York Times: un binomio improbabile e inatteso, rimasto a lungo sepolto.

Almeno fino ad oggi: perché dalla selva dell’archivio del quotidiano statunitense emergono sorprendentemente perle di rara bellezza ed importanza che testimoniano come la forza comunicativa del nostro illustre conterraneo sia stata capace di raggiungere il mondo intero.


Dal Terremoto del Belìce alle rivolte studentesche

di Joshua Nicolosi

Tre articoli – uno di essi, datato 1985, quasi una guida turistica per gli stranieri desiderosi di immergersi nelle bellezze dell’isola – marchiati dal suo inconfondibile stile, due dei quali prendono le mosse da eventi cruciali per la storia nazionale e locale: il terremoto del Belìce del 1968 e le contestazioni studentesche dell’anno successivo. Come avrebbe raccontato Sciascia questi avvenimenti ad un non italiano? Oggi questa domanda comincia ad avere le prime risposte. E la loro attualità è sconvolgente.

The Human Earthquake Goes On in Sicily

Il Belìce: una tragedia umana
«I giornalisti e gli studenti che giunsero dal Nord Italia si trovarono di fronte ad una realtà piuttosto differente rispetto a quella della Firenze colpita dall’alluvione. Ciò che bisognava salvare dalle macerie non erano dipinti e statue (che pure non mancano nelle chiese siciliane), ma piuttosto asini, muli, capre». Recita così uno dei passaggi iniziali dell’articolo datato 11 maggio 1968, scritto cinque mesi dopo la catastrofe che spazzò via Montevago e Gibellina: un cataclisma, a parere di Sciascia, doppiamente devastante. Ai danni materiali si aggiungevano, infatti, le ferite morali di un popolo contadino fiaccato da una forza soverchiante ed improvvisa che aveva rivelato l’ipocrisia dello Stato e una verità gridata da più di un secolo dagli scrittori isolani: la fragilità di una terra abbandonata a sé stessa, ferma alle tecniche di agricoltura araba, incapace di risollevarsi nonostante il recente conseguimento della tanto agognata autonomia. E mentre a mesi di distanza la burocrazia regionale continua a perdersi nella sua arzigogolata architettura e i partiti politici mirano egoisticamente ad incamerare potere e risorse, Sciascia descrive con pungente desolazione ciò che rimane della Sicilia occidentale: un deserto spopolato da cui fuggire, «una terra maledetta per i giovani, senza opportunità e senza speranza». La conclusione dell’articolo, poi, è ancora più cruda, e drammaticamente efficace: dinanzi alle promesse di ricostruzione del governo, «a mesi di distanza dal terremoto migliaia di persone vivono in condizioni miserevoli. Fra quanti mesi potranno avere almeno una baracca permanente? E quando la avranno, riusciranno a non rimanerci per mezzo secolo, come gli abitanti di Messina dopo il terremoto del 1908?».

Students and Dissent, Italian-Style

Rivolte studentesche: dissenso all’italiana
«Ogni volta che l’argomento della masse salta fuori in Italia, qualunque cosa venga aperta alle masse, sorge un’insensata confusione». Una sentenza netta e inappellabile, quella che Sciascia affida all’articolo del 6 settembre 1969, da spettatore interessato alle agitazioni studentesche che animano le università italiane sulla scia delle proteste francesi. Neanche il mondo dell’istruzione risulta immune a quel virus dell’insensatezza segnalato dallo scrittore: mentre le loro controparti transalpine portano avanti le proprie battaglie nonostante un sistema educativo ben più funzionante di quello nostrano, gli studenti italiani chiedono solo «corsi più semplici e un sistema di esami meno complicato». Per ottenere, insomma, citando ancora la sua analisi, «non un’educazione di massa, ma una massa di titoli di studio». Cosa aspettarsi, del resto, da cortei in cui finiscono per sfilare, allegramente gli uni di fianco agli altri, comunisti e fascisti, castristi e cattolici? Accomunati dal solo proposito di ridurre il carico di studio e, per di più, abilmente diretti dal calcolo elettorale delle grandi forze politiche in cerca di rapidi consensi. Da qui, dopo aver sottolineato come la classe media non disdegnerebbe un ritorno all’autoritarismo – poco importa se di destra o di sinistra – il monito finale che mette spalle al muro i lettori di ogni tempo: «Probabilmente questo non si verificherà. E la vita in Italia proseguirà, incredibilmente, sui binari contraddittori che sta seguendo adesso». Gattopardiana considerazione? Forse. Ma in salsa sciasciana.


Gli USA a lezione da un romanziere

di Giorgio Romeo*

Scoprire come la Sicilia sia stata raccontata in quasi 170 anni di storia del più importante giornale internazionale: il New York Times. Un’opportunità straordinaria e a portata di mano, che la nostra redazione sta provando a cogliere per fare un giornalismo diverso e che ci ha già riservato alcune sorprese a partire da questa prima ricerca su Leonardo Sciascia. In che modo il quotidiano americano ha tenuto in considerazione lo scrittore di Racalmuto?

Anthony Boucher - Conspiracy of Silence

Se sorprenderà forse poco che nel 1979 Anthony Burgess, l’autore di Arancia Meccanica, recensendo Candido, non esitò a definire lo scrittore «parte di una “santa trinità” le cui altre incarnazioni sono Calvino e Moravia», più interessante è chiedersi quali premesse abbiano portato la redazione a pubblicare alcuni articoli a firma del siciliano su eventi drammatici come il terremoto del Belìce del 1968. Ricercando “Leonardo Sciascia”, la prima occorrenza è datata 26 gennaio 1964. Si tratta di una recensione de Il giorno della civetta in cui Anthony Boucher, tra i più celebri critici di gialli di sempre, utilizza il racconto per spiegare il concetto di omertà. «Il Sud italiano e in particolare la Sicilia significano criminalità, violenza e corruzione della giustizia pubblica da parte di un’organizzazione segreta della quale non si può nemmeno provare l’esistenza, poiché l’omertà (letteralmente “connivenza”) vincola anche l’innocente a ciò che Sciascia chiama “congiura del silenzio”». E, rilevando le differenze tra il Sud degli USA e quello d’Italia, il recensore si chiede: «Quale democrazia sta peggio? L’Italia, dove la corruzione non può essere discussa apertamente, o l’America, dove essa ha smesso di scioccare?» Sempre nel 1964, recensendo lo stesso libro, Herbert Mitgang spiega come esso sia «molto più di un romanzo. È un quadro dell’isola del profondo sud dell’Italia, raccontato in una finzione narrativa in cui si respirano gli umori e le paure antiche di una piccola città». In un altro articolo, Robert J. Clements invoca addirittura la nascita di un Leonardo Sciascia americano. Insomma, una considerazione della capacità testimoniale di Sciascia tale da rendere inevitabile che prima o poi lo scrittore venisse coinvolto in prima persona. Così, nel 1968 viene pubblicato un articolo dal titolo “The Human Earthquake Goes On in Sicily”. By Leonardo Sciascia.

*direttore Sicilian Post

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