“Cous Cous Blues”:
misteri e risate
in salsa siciliana

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Il romanzo d’esordio del giornalista palermitano Dario La Rosa è una di quelle storie che non può non catturare la tua simpatia. Non soltanto per il suo stile mordace: ma anche perché restituisce un’immagine vivida e nostalgicamente dolce della nostra terra

Prendete una dose massiccia di sicilianità. Aggiungete un pizzico di mistero e una spolverata di ironia. Amalgamate il tutto e una lettura piacevole e caratteristica si offrirà al vostro palato. È da questi ingredienti, infatti, che prende le mosse Cous Cous Blues (bookabook), romanzo d’esordio del giornalista palermitano Dario La Rosa. E proprio di un giornalista, Iachìno Bavetta, la trama segue le tragicomiche vicende. Perché, suo malgrado, il protagonista è una vera e propria calamita per guai e, anzi, più cerca di evitarli, più questi sembrano stargli alle costole. Ben presto, quindi, si ritroverà a vestire i panni inaspettati da investigatore, per risolvere gli intricati puzzle che stanno alla base di tre insoliti casi di cronaca: la morte di un amico panellaro tra i vicoli di Palermo, un omicidio legato a segreti perduti nel tempo nella splendida cornice estiva di Favignana in cui sta trascorrendo le meritate vacanze, un’improvvisa morìa di grifoni tra i boschi di Alcara Li Fusi dove, insieme al padre, si diletta nella raccolta dei funghi. Un giallo tutto nostrano, che restituisce al lettore l’immagine di una Sicilia familiare, eppure sempre capace di stupire attraverso i suoi colori e i suoi profumi selvaggi.

La copertina del volume

SULLE ORME DI IACHÌNO. I luoghi, d’altra parte, nel testo di La Rosa non ricoprono appena la funzione di sfondo per gli eventi: raccolgono e amplificano i pensieri del protagonista, li cristallizzano in momenti di silente riflessione, trasportandovi dentro anche il lettore. Che, alla fine, non soltanto desidera scoprire la verità sulle indagini che di volta in volta si snodano con fluida leggerezza, ma finisce per affezionarsi alla sorte e agli ideali dello stesso Iachìno. Il buon Bavetta, che per campare ha fondato con il collega e amico di una vita Gerlando la testata satirica Ulapino, non a caso è il tipico siciliano in cui ognuno di noi, per una ragione piuttosto che per un’altra, trova naturalmente dei riflessi di sé stesso: Iachìno è arguto e indolente, affettuoso e fatalista, talvolta malinconico in virtù della sensibilità che lo contraddistingue e che sa sapientemente celare dietro un mordace motto di spirito. Sa guardare agli endemici difetti della nostra terra con disinvolta filosofia, ma non per questo ne accetta passivamente le conseguenze. Basti pensare allo sforzo profuso per smascherare gli intrallazzi di alcuni esponenti politici, pronti ad accaparrarsi cospicui finanziamenti alle spalle dei cittadini onesti (nel caso specifico l’amico e assessore Politi, sospettato in un primo momento di essere il responsabile dell’avvelenamento dei grifoni protetti dalla legge). Perché, da buon isolano, è anche tremendamente testardo. E dotato di un profondo senso di giustizia.

LA RICETTA DELLA FELICITÀ. Ma c’è un’altra passione che, come ogni siciliano che si rispetti, Iachìno coltiva avidamente: quella per il cibo. Non c’è sequenza del romanzo, a partire dal titolo, che non lasci spazio agli inconfodibili aromi nostrani. Anzi: i piatti che il protagonista esegue con meticolosità, l’entusiasmo con cui immagina e realizza le più svariate combinazioni di gusti in compagnia dell’amata moglie Carmela e dei due figli – dalla classica pasta con anciova e mollica al pesce fresco – scandiscono la storia e rappresentano una costante metafora attraverso cui si svela il messaggio di fondo dell’opera. Nell’amicizia, nella vicinanza degli affetti, nel combattere per ciò a cui teniamo, nelle piccole gioie che ci attendono quando la selva delle nostre nevrosi si fa più rada, ogni amarezza si affoga. Ricordandoci che, talvolta, non c’è preoccupazione che duri troppo a lungo da non garantirci un attimo di spensieratezza.

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