Il peso della vita, l’affanno dell’uomo: “Le notti senza respiro” di Enrico Scandurra

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Giornalista, 28 anni, il giovane autore è già alla sua terza silloge di poesie. Attraverso un sapiente uso della parola, ci fa immergere in atmosfere sognanti in cui il lettore è trasportato dalla riflessione lirica e dalla sofferta introspezione del poeta

Versi moderni intrecciati ad atmosfere classicizzanti. La terza silloge poetica di Enrico Scandurra, Le notti senza respiro, pubblicato per Algra Editore, è tutto questo. Non è un gesto di semplice scrittura creativa bensì un più profondo atto di fede verso la parola, che trova il suo incarnarsi nei giochi sonori tipici del linguaggio poetico. Così l’autore riesce a farci immergere in un mondo di riflessioni sul senso della vita e sui suoi affanni. Le notti sono “senza respiro” perché Scandurra avverte tutto il peso dell’esistenza e deve urlare così, con la voce della poesia, le sue emozioni. Si tratta di passioni e sentimenti avvertiti per l’umanità, l’amore, la nostra Sicilia, se stesso… Tutto questo diventa parola in versi che non gli permettono di riposare la notte, e battono lì dove fa più male: dentro l’anima del poeta.

UN POETA DAI VERSI MODERNI. Il libro si divide in nove sezioni che si aprono ognuna con una lirica che ne scandisce subito il ritmo. Ogni parte rivendica una propria autonoma esistenza, senza avere un richiamo preciso con ciò che sta prima o dopo. Ciascuna sezione contiene poi un numero di quattro, cinque o sei poesie, collegate fra loro dal contenuto. Le strofe, così come i versi, non sono formate secondo uno schema metrico preciso né contengono rime. Eppure, l’andatura lenta e il continuo spingere verso l’interno della poesia, grazie ad un fitto richiamo di assonanze e consonanze, permette al lettore di immedesimarsi nello spirito del poeta e incontrare così i suoi mondi. La realtà, nel libro di Scandurra, è densa di sinestesie e antitesi, perché nella visione dell’autore l’esistenza non è altro che un cozzare di figure contrarie che riescono a trovare un loro personale equilibrio attraverso i suoi versi. L’enjambement invece è una scelta ben ponderata, usata solo per enfatizzare parole su cui l’autore vuole richiamare l’attenzione.

MADE IN SICILY. La lingua però non è solo l’italiano scelto nella silloge di Scandurra. La lingua diventa canto raffinato quando incontra la bellezza dei versi dialettali nella quinta sezione del libro: Made in Sicily. Qui Scandurra canta la sua terra con la sua stessa voce immergendo il lettore in sapori unici che solo chi vive da queste parte può pienamente assaporare. Il siciliano assume il ruolo che gli spetta di lingua madre e di lingua letteraria, perché raffinata e con una sua malleabilità lirica.

La copertina del volume di Enrico Scandurra

POESIA E DINTORNI. La poesia dei nostri giorni non conosce un significato immediatamente percepibile. Il lettore che legge i canti contemporanei spesso si trova smarrito fra i versi e perso in un mare di incertezza, dove la ricercatezza stilistica diviene fine a se stessa. Eppure Scandurra contravviene a questa moda permeando i suoi versi di un profondo senso e di una fitta rete di richiami letterari. Fra le righe, il lettore più colto potrà intravedere lo stile di Edgar Allan Poe o le note di Fabrizio De André, quest’ultimo richiamato esplicitamente nel titolo della poesia Amore che vieni amore che vai. Carpire un senso, nella fitta trama delle sensazioni poetiche, diventa così non solo essenziale per la comprensione della stessa poesia che si sta leggendo, ma si trasforma quasi in un gioco alla scoperta dei gusti artistici dell’autore.

 

 

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