Il destino di alcuni grandi uomini è quello di precedere senza mai ricevere l’onore della prima fila. Di aprire dei sentieri imprevedibili che altri percorreranno con più fortuna, spesso ignorando genuinamente il debito di riconoscenza verso i predecessori. Sono casi paradossali, talvolta persino tristi, in cui l’ombra della dimenticanza, a furia di reclamare una giusta attenzione, finisce per allontanarsi persino di più dalle luci della ribalta. Perché la letteratura, in certi frangenti, somiglia parecchio all’archeologia: bisogna scavare con passione e precisione tra i sedimenti del tempo, individuare le linee di demarcazione tra un’epoca e all’altra, e poi riportare alla luce frammenti di conoscenza perduta o dispersa. Energie generative e creative allo stadio originario, agli albori delle trasformazioni che le avrebbero condotte a noi contemporanei. Fino a risalire ad illustri precursori inspiegabilmente eclissati, inglobati dalle loro stesse intuizioni divenute patrimonio comune e indistinto, quando non usurpato. Ugo Fleres, intellettuale messinese capace di eccellere in svariati ambiti della cultura, dalle lingue alla scrittura passando per l’arte figurativa, certamente appartiene di diritto a questa schiera di lungimiranti ingegni. E, anzi, potrebbe certo rappresentarne un fulgido simbolo, il capostipite per antonomasia. Scandagliando a fondo la sua vita e la sua carriera professionale, infatti, ciò che salta all’occhio di questo versatile uomo di sapere è la sua capacità di trovarsi sempre al posto giusto nel momento giusto. Di anticipare con raffinatezza tendenze ed impressioni. Di imprimere il suo originalissimo marchio stilistico ad ognuna delle sue creature. E, in un certo senso, anche a quelle degli altri.

Il suo nome, d’altro canto, rimane indissolubilmente legato ad uno dei massimi capolavori della letteratura italiana. Quel Le avventure di Pinocchio che Carlo Collodi aveva pubblicato nel 1881 con il titolo La storia di un burattino, diventando un fenomeno di massa con pochi precedenti, un vero e proprio must per il mondo della pedagogia e dell’intrattenimento per ragazzi, al punto che persino Disney, nel 1940, ne realizzò una celebre e acclamata trasposizione cinematografica. Tuttavia, non tutti sono a conoscenza del fatto che già nel 1882 – anno in cui l’opera di Collodi assunse il titolo definitivo – fu predisposta la prima edizione illustrata delle peripezie del burattino che voleva diventare un bambino vero. E che l’importante compito venne affidato proprio a Fleres, il quale in giovinezza si era formato a Roma studiando arte e che, nel frattempo, continuava a coltivare da autodidatta il suo brillante talento. La sua interpretazione visiva del personaggio collodiano rimase – e rimane tutt’oggi – nell’immaginario collettivo non soltanto perché, in un’epoca ancora orfana del cinema, conferiva al burattino più famoso di tutti i tempi una sorta di avanguardistica animazione che quasi lo sottraeva dalla staticità della pagina scritta, ma anche per il pregio del suo operato e per il pathos infuso all’illustrazioni di alcuni passaggi chiave (come quello in cui Pinocchio viene impiccato alla Quercia Grande nel Campo dei Miracoli).

Per Fleres, Pinocchio fu un vero trampolino di lancio, anche per la carriera da scrittore. Una carriera da onnivoro, se è vero che praticamente nessuna forma di scrittura sfuggì alla sua curiosità: versi, novelle, romanzi, tragedie, libretti d’opera, articoli di giornale. E sarebbe addirittura riduttivo limitarsi a tali considerazioni. Andrebbe certamente segnalato il profondo rapporto di amicizia che lo legò a Gabriele D’Annunzio, l’affetto che lo portò ad incrociare i passi di Capuana, Verga e soprattutto Pirandello, che ebbe nell’intellettuale messinese un punto di riferimento per l’inserimento nei circoli culturali capitolini. Così come il suo ruolo all’interno del Ministero dell’Istruzione nel 1892. O, ancora, la direzione della Galleria d’Arte moderna di Roma nel 1908. Ma un altro primato si attaglia alla figura di Fleres. Un merito dal valore inestimabile, specie considerando lo sviluppo successivo della letteratura isolana. Si deve a lui, infatti, almeno secondo l’opinione di validi studiosi, il primo giallo ambientato in Sicilia, vale a dire Giustizia (1909). Una vicenda intricata e sorprendente, che si snoda tra i vicoli di Santa Teresa di Riva, sconvolti dall’omicidio di Marta Candia, consorte del barone Galeazzo Provenzali. Tra depistaggi, confessioni a metà, atti di eroismo e colpi di scena che, in extremis, ristabiliscono la verità, uno spaccato di vita e di storia siciliana, nel contesto di un paesaggio sempre partecipe, sempre presente, sempre riflesso delle inquietudini dei personaggi, divisi tra la tentazione dell’omertà e l’insopprimibile spinta dell’etica. Un paradigma carico di significati e derivazioni.

In questo romanzo è racchiusa, allegoricamente, tutta l’esistenza di Ugo Fleres. Uomo dei primati, dei lampi di genio, che progressivamente – e ingiustamente – ha visto scemare la sua fama. Giustizia, nonostante l’esplicito desiderio dell’autore, non fu mai pubblicato in volume. Quello che si sarebbe dovuto considerare un reperto da custodire vive oggi nella frammentarietà e nella casualità del ricordo. Così come un nome che legò il suo destino all’interpretazione straordinaria di ogni espressione dell’arte. E ne ricavò, dall’anno della sua morte (1939), non più che qualche sparuta citazione.

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