La mattina del primo attacco della Russia all’Ucraina ci siamo svegliati tutti con questa brutta notizia e mi ha meravigliato positivamente che anche gli studenti ne fossero già al corrente nonostante fosse presto. In una classe seconda, studiando Geo-Storia, proprio nelle due settimane precedenti avevamo affrontato la “geopolitica” e nei gruppi di lavoro se ne era già parlato, così come di altre scottanti situazioni internazionali. Eravamo dunque pronti? No, conoscevamo solo la teoria! Intanto, il pomeriggio precedente, avevo preparato una bella lezione sul Medioevo, ma che senso avrebbe avuto in un momento storico così delicato guardare al passato, lo stesso passato da cui pochissimo abbiamo imparato?

Dopo aver ascoltato gli studenti per lasciargli esprimere liberamente le emozioni e le preoccupazioni, ci siamo collegati tramite la LIM per seguire uno dei TG24 online. Mi ha colpito il loro silenzio, quelle domande poste in punta di piedi, consapevoli che – me compreso – non avrebbero avuto una risposta esauriente data l’evoluzione della vicenda. La Storia che studiamo ormai da due anni insieme era divenuta prepotentemente “presente”, non più un racconto distante ma ben ordinato, bensì un accavallarsi di news e prime risonanze di governanti, politici, esperti. Se secoli e secoli fa non vi era la consapevolezza che certi eventi sarebbero stati studiati sui libri di oggi come determinanti, noi ci siamo resi conto – seguendo la diretta – che tra non molti anni il nostro “presente” sarà sui testi scolastici, forse già delle sorelle e dei fratelli più piccoli di questi stessi alunni, qualcosa del tipo “non fate la guerra che poi la dobbiamo studiare”, condivisa su diversi profili social.

E le ore successive? In un quinto anno si comincia a riflettere seriamente su una manifestazione pubblica per la pace, ma una manifestazione cittadina era già stata prevista a breve, però contro la nuova modalità degli Esami di Stato. Che fare? La ricreazione era stata un tempo di scambi di messaggi, di chat “impazzite” tra i vari rappresentanti delle classi e delle scuole, tuttavia senza fare passi indietro rispetto al tema deciso prima. Gli studenti mi chiedono come comportarsi, io posso solo dire cosa farei io al posto loro in un tempo in cui la guerra non permette di frequentare la scuola e i loro coetanei sono costretti ad imbracciare i fucili: pensare e decidere secondo coscienza, se necessario andando controcorrente, senza mai arrivare allo scontro. Loro hanno capito – l’ho saputo dopo a parte – che avrei voluto dirgli con forza che questi esami, per quanto importanti, non possono essere più importanti di quanto stiamo vivendo; che, tradotto in un linguaggio più basso, significa: “Se scegliete di partecipare a un corteo contro gli esami, mentre impazza la guerra, allora questi esami che tanto non vi piacciono, ve li meritate davvero!”.

In cuor mio sapevo già che quella classe non aveva bisogno delle mie parole, dette o non dette, bensì solo di essere ascoltati e incoraggiati; e infatti, tanto hanno parlamentato con i “colleghi” da averli convinti – seppur all’ultimo minuto – sull’opportunità di essere tutti uniti in strada ed in piazza contro la guerra e per la pace! Adesso, invece, insieme ragioniamo su come aiutare concretamente il popolo ucraino, perché le parole non bastano più, anzi non ci sono proprio.

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