Pubblichiamo la breve storia in cui la scrittrice catanese, già autrice del romanzo La Democrazia della Felicità (Ed. Scatole Parlanti), rielabora sulla scorta della sua immaginazione i difficili giorni del lockdown

“L’Italia chiamò. Sì!”. Era ormai tradizione cantare dai balconi, dalle terrazze, dalle finestre, da qualsiasi sfogo esterno, piccolo o grande che fosse dal quale poter far sentire forte la propria voce. Forte ed unita nel momento del bisogno. Forte e unita per far capire che noi c’eravamo ed eravamo pronti all’ennesimo sacrificio. Forte ed unita per battere quella di quell’odioso Ingegner Guiducci del terzo piano.

Ben prima che la sfida si spostasse sul piano canoro, tra l’Avv. Montorio e l’Ing. Guiducci non era mai scorso buon sangue. I due, senza troppi mezzi termini, si detestavano. All’inizio era solo un fastidio, un’antipatia a pelle, niente di troppo evidente. Si incrociavano nelle scale ed entrambi facevano un leggero movimento del capo come a dire “Ti saluto solo perché sono educato” e filavano via. Non si erano mai messi a discutere né apertamente a litigare, prima della fatidica riunione di condomino che sancì l’odio perenne tra i due. La colpa, neanche a dirlo, fu dell’Ing. Guiducci, quel pomposo arrogante. Già durante i primi incontri, quando erano trascorsi ancora pochi mesi dal suo trasloco in quello stabile signorile dopo un periodo passato all’estero, più precisamente al Cairo come dirigente di un’importante società, aveva mostrato di essere molto meno amabile di come voleva mostrarsi. Storceva il naso, faceva smorfie, sbuffava quando le proposte degli altri condomini gli sembravano inutili o addirittura stupide, e non faceva niente per nasconderlo. Dopo un po’, alle consuete faccette iniziò ad aggiungere delle brevi frasi, piuttosto sgarbate, del tipo:

“Non so come siate abituati voi qui, ma è tutto organizzato male. Prendiamo l’esempio della mia società, ecco lì si che tutto fila bene. Dovremmo prendere quell’esempio e applicarlo anche qui, non credete?”

Se tutti lo ascoltavano e passavano oltre, l’Avv. Montorio no. In lui cominciava a montare il fastidio sempre più forte per quell’arrogante e presuntuoso, e senza troppi mezzi termini iniziò a mostrargli il suo disprezzo con occhiatacce sempre più evidenti. Ma fino a quel momento tutto rimase nell’arena del non detto.

Le cose precipitarono quando la moglie dell’Ing. Guiducci rimase chiuse in ascensore. La disgraziata ci restò dentro per qualche ora, urlando e strepitando perché nessuno secondo lei la sentiva o la voleva aiutare. Ma in realtà una squadra era già all’opera per tirarla fuori dall’ascensore bloccato tra il secondo ed il terzo piano, proprio tra la casa dell’Avvocato e quella dell’Ingegnere. Liberarla in effetti si rivelò più difficile del previsto: gli ascensoristi sudarono sette camicie perché quel modello, prodotto negli anni ’60, aveva un complicato meccanismo di sblocco ed aperture delle porte che li impegnò per quasi due ore in tentativi falliti e false speranze. Nel frattempo, sulle scale si era raccolto un nugolo di curiosi, pronti a saltare la pausa pranzo pur di vedere come quella storia sarebbe andata a finire. L’ingegnere, dal canto suo, si era precipitato dal lavoro, per assistere, almeno moralmente, la povera consorte, che cominciava a lamentare di non riuscire più a respirare e di essere pronta allo svenimento. Il cuore della scena si svolse, senza che lui lo volesse, proprio dinanzi a casa dell’Avvocato, sul cui pianerottolo si era riunita la squadra di soccorso. Trovatosi davanti a quella scena e ai patimenti dei coniugi Guiducci, l’Avvocato, per una volta sinceramente, offrì il suo aiuto all’Ingegnere.

“Senta Ingegnere, vuole un bicchiere d’acqua? Vuole entrare un attimo in casa mia per sedersi?”

Quello però in tutta risposta:

“Ma le pare una cosa da chiedere con mia moglie chiusa lì dentro?”

L’avvocato restò sinceramente scioccato e senza riuscire a proferire verbo, strinse gli occhi e chiuse la porta dietro di sé con un gesto plateale.  Ma cosa si era messo in testa quella razza di cretino? Forse che tra i beduini egiziani dove aveva vissuto si usava essere così maleducati? Forse che nella sua importante società si assumevano solo gli zotici?

Erano quelle le cose che gli avrebbe voluto sputare addosso se la disarmante maleducazione dell’ingegnere non lo avesse ammutolito. Ammutolito lui che per mestiere modellava le parole a suo piacimento, che sapeva usare l’arte della retorica a suo puro vantaggio. A lui che era insomma, senza troppa falsa modestia, un principe del foro.

Di una cosa sola fu certo: tra loro sarebbe stata ormai guerra aperta.

Alla successiva riunione, l’Ing. Guiducci propose, come era prevedibile, di voler mettere a verbale la sua richiesta di sostituzione dell’ascensore condominiale, a suo avviso una vera e propria macchina di morte. I suoi toni concitati furono compresi dal resto dei condomini: c’erano volute ore per liberare la moglie che alla fine fu tirata su a peso da due operai moldavi che la presero senza troppa delicatezza dalle ascelle e la posarono sul pianerottolo di casa senza curarsi che la poveraccia non sbattesse cosce e stinchi in ogni possibile angolo delle pareti. Dunque, un po’ di enfasi era quantomeno giustificabile nei toni dell’ingegnere.

Non dello stesso avviso l’Avv. Montorio, che prima di ogni altro, prese la parola per confutare con forza quell’assurda richiesta:

“Esimio Ingegnere, l’ascensore viene costantemente manutentato come da regolamento condominiale. Lo sventurato incidente occorso a sua moglie rientra tra le sfortunate possibilità che una macchina può causare. Questo non giustifica però che la macchina si butti via, non crede?”

“Avvocato carissimo, e se dentro ci fosse rimasto chiuso lei? O la sua simpatica signora?”

I due si guardarono in cagnesco e proseguirono la diatriba.

“Oh certamente, illustre ingegnere, questo incidente sarebbe potuto capitare anche a me o a mia moglie. Ma sicuramente l’avremmo superato con maggiore compostezza e garbo.”

“Come osa? Vuole forse insinuare che mia moglie abbia esagerato?”

“Mio Dio ingegnere, non vorrà negare che sua moglie paresse un agnellino pronto ad essere scannato, tanto ha urlato e pianto!”.

“Lei è un vile e maleducato. Qui o si cambia l’ascensore o vedete cosa combino!”

“Si calmi, si calmi. L’ascensore si cambierà solo se a seguito di un’opportuna perizia non sia dimostrato che è pericoloso. Forse che nella sua importante società non le hanno spiegato come funziona la legge?”

L’ingegnere, paonazzo, si alzò e lasciò gli astanti ammutoliti da quello scambio.

Finalmente l’Avvocato si era fatto valere.

Inutile dire che da quel momento tra i due le cose precipitarono. Quel finto saluto che fino a quel momento si erano scambiati scomparve, lasciando spazio a una vera e propria battaglia di sguardi. Ad ogni minima questione, i due si rivolgevano all’amministratore condominiale: quando la moglie dell’Ingegnere stendeva i panni e l’acqua colava giù sul balcone dell’avvocato; quando la moglie dell’Avvocato lasciava il bidoncino dell’organico fuori dal pianerottolo e l’Ingegnere urlava che quella non era una discarica; quando la figlia dell’Avvocato metteva la musica ad alto volume insieme ai suoi amici. All’inizio l’amministratore rispondeva. Poi lasciò quei due pazzi a combattere la loro guerra, dentro la quale non voleva proprio entrarci. Di grane ne aveva già abbastanza, che i due Orlandi furiosi se la vedessero tra di loro.

Quando iniziò la quarantena, sia l’Avvocato che l’Ingegnere si ritrovarono a casa: il primo bloccato dalla chiusura dei Tribunali, il secondo dallo smart working imposto dalla sua azienda. Era chiaro che con entrambi nello stesso palazzo per tutto il giorno, tutti i giorni, le occasioni di scontro si sarebbero potute moltiplicare. E così fu. Non c’era cosa che l’uno facesse, che l’altro non contestasse, che fosse conferire i rifiuti nell’apposito spazio condominiale o rispettare le norme di distanziamento sociale per le scale.

Poi iniziarono i cori alle finestre. Nessuno dei due all’inizio partecipava, poi il sottile patriottismo delle dolci note dell’inno nazionale smossero i loro sentimenti e timidamente li spinse fuori dai loro appartamenti per unirsi ai patriottici cori.

L’Ingegnere, maledetto lui, aveva una splendida voce, che veniva esaltata soprattutto dalle note sincopate del nostro inno.

L’Avvocato invece dava il meglio di sé nei toni bassi, un po’ baritonali e nella tenuta delle note, quando la sua profonda voce si allargava fino a riempire tutti i polmoni. L’inno non faceva per lui, ne era consapevole. Fu per questo che quando finalmente si decise di dare spazio ai classici della canzone italiana nei consueti appuntamenti canori del Bel Paese, maturò in lui l’idea della rivalsa. Iniziò a studiare guardando i vecchi filmati delle teche rai, le registrazioni di Canzonissima e dei primi Sanremo. Fece scouting su Youtube dei classici della musica leggera e alla fine, dopo giorni e giorni di preparazione (non poteva mica rischiare la disfatta solo per la smania di battere l’Ingegnere) scelse il pezzo con cui si sarebbe preso la sua rivincita: Meraviglioso, di Domenico Modugno, una canzone perfetta per la sua voce e che portava con sé un messaggio di speranza in quei tempi bui.  Guardò mille volte i video online, studiò le movenze di Modugno, le sue espressioni facciali. A casa passava tutto il tempo con le cuffie ad ascoltare la canzone, faceva le prove in ogni momento, cantava in bagno, sotto la doccia, mentre cucinava. Era ormai talmente preso dalla canzone, che la canticchiava anche senza rendersene conto. Fu solo quando si sentì completamente pronto che si presentò in balcone.

Fino a quel momento l’Ingegnere aveva padroneggiato, catturando gli applausi degli altri condomini e degli abitanti dei palazzi vicini. L’Avvocato aveva sopportato a denti stretti, spinto solo dal suo desiderio di vendetta e dal suo meticoloso piano.

Quando il giorno arrivò, sentì come una febbre percorrerlo per tutta la giornata. Il suo animo si dibatteva tra la paura della performance e la voglia che fosse già tramonto, quando era abitudine per gli italiani affacciarsi in ogni angolo del paese. Le ore non passavano mai: continuava a guardare l’orologio, ma sembrava fermo immobile.

Per distrarsi prese gli abiti che aveva scelto per la sua esibizione e li stirò accuratamente: ci aveva pensato a lungo a cosa mettere perché non voleva sembrare né troppo agghindato, né troppo sciatto. Era una scelta difficile e alla fine, dopo mille ripensamenti e qualche litigio con la moglie, scelse una bella camicia bianca serigrafata e un paio di pantaloni marroni che esaltavano il suo incarnato. Sapeva bene che la sua era un’occasione unica e che se una qualsiasi cosa fosse andata storta, l’Ingegnere glielo avrebbe fatto pesare per sempre. C’era in ballo molto di più di una semplice canzone. Quella esibizione avrebbe decretato chi era il più forte, il re del palazzo. Anche la moglie dell’Avvocato lo sapeva e lo guardava con un misto di ammirazione e paura. Quel giorno gli preparò uno zabaione a colazione, per dargli forza, mentre un’ora prima del debutto gli fece una tisana al miele ed eucalipto per preparare le sue corde vocali.

Finalmente l’ora giunse.

L’avvocato uscì in balcone ben prima di tutti gli altri, così da essere certo che fosse il primo ad esibirsi. Portò con sé un amplificatore bluetooth già programmato per trasmettere le note della canzone. Quando i balconi iniziarono a popolarsi, ma soprattutto sentì la famiglia dell’Ingegnere rumoreggiare dal balcone di sopra, attaccò lo stereo ed iniziò a cantare.

La sua voce uscì melodiosa, il suo volto era talmente espressivo che in molti giurarono che sembrasse quasi il vero Domenico Modugno. Vide con la coda dell’occhio i telefonini dei vicini puntati su di lui, sicuramente per registrarlo. Fu un fluire perfetto di note, i gesti studiati sembrarono una danza romantica e poetica allo stesso tempo. All’ultimo “Meraviglioso” chiuse gli occhi ed aspetto che la musica scivolasse via fino al silenzio. Per un attimo tutto restò sospeso, nulla si muoveva attorno a lui. Furono istanti interminabili in cui l’unica cosa che riusciva ad udire era il suo cuore che batteva all’impazzata.

Poi li sentì.

Gli applausi, i cori, le urla dei vicini che gli gridavano “Bravo”, “Bis”, “Ancora”. Tutti applaudivano, tutti lo guardavano con ammirazione.

Nella confusione e nel tripudio, senti la porta del balcone dell’Ingegnere richiudersi con violenza, con rabbia. Con sconfitta.

Ringraziò la folla ed anche lui, dopo aver salutato, rientrò.

Gli scese una lacrima mentre la moglie lo abbracciava.

Il re era lui.


 
Stefania Coco Scalisi nasce a Catania, ma presto sente forte il fascino di luoghi
lontani. Laureata in Relazioni internazionali, ha vissuto a Firenze, Milano e poi
Ginevra, L’Aia, Londra, Washington e Tel Aviv. Dopo tanto vagare, approda a
Bologna dove vive e lavora dalla scorsa primavera. Ha pubblicato racconti per
A4 e Rivista Blam. Nel 2019 ha pubblicato il suo primo romanzo, La Democrazia
della Felicità (Ed. Scatole Parlanti).